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La Corte europea dei diritti dell'uomo accoglie la richiesta del governo svizzero di sottoporre una delle sue recenti decisioni sul suicidio assistito alla Grande camera del tribunale di Strasburgo. La controversa sentenza dava ragione ad una ottuagenaria che si era lamentata per non aver potuto ottenere una dose letale di pentobarbital.

Nel maggio scorso, i giudici di Strasburgo avevano ammesso con quattro voti contro tre una violazione dell'articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo, che protegge il diritto al rispetto della vita privata.

Ritenevano, in particolare, che la Svizzera dovrebbe rivedere la sua legislazione, non sufficientemente chiara, e emettere nuove direttive per determinare se le persone che non sono affette da una malattia mortale possono o no beneficiare di un aiuto al suicidio e a quali condizioni.

Dopo l'emissione di questa sentenza, l'Ufficio federale di giustizia aveva reso noto che avrebbe esaminato l'opportunità di ricorrere presso la Grande camera della stessa corte. L'anno scorso il parlamento svizzero aveva rifiutato di adottare una nuova regolamentazione sull'aiuto al suicidio.

Sentendo venir meno le forze fisiche e mentali, la donna di 82 anni aveva espresso la volontà di porre fine ai suoi giorni anche se non soffriva di una grave malattia. Aveva perciò cercato, invano, un medico che le prescrivesse una dose mortale di pentobarbital. In seguito si era rivolta alla Direzione della sanità del cantone di Zurigo ricevendo ancora una risposta negativa. Nel 2010, anche il Tribunale federale aveva confermato la decisione del Cantone, ritenendo che lo stato non sia tenuto a garantire a un individuo l'accesso a una dose mortale di medicamento.

Nella decisione presa ieri, la Corte europea ha accettato di rinviare il caso alla sua Grande camera. Non è noto quando arriverà la sentenza.

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SDA-ATS