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La SUVA auspica che la Confederazione ricorra contro la decisione emessa in marzo dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) di Strasburgo sull'indennizzo delle vittime dell'amianto. "La corte non ha capito il sistema svizzero", ha rilevato Franz Erni, capo della divisione giuridica della SUVA in un'intervista pubblicata da "Matin Dimanche".

L'11 marzo scorso, la corte di Strasburgo ha dato ragione alla vedova e alle due figlie di un uomo rimasto vittima dell'amianto. Per la CEDU, rifiutando la concessione di un indennizzo per avvenuta prescrizione, Berna ha violato il diritto ad un processo equo.

La Confederazione, attraverso l'Ufficio federale di giustizia (UFG), ha tre mesi di tempo per decidere se ricorrere alla Grande Camera della corte di Strasburgo. La SUVA è stata consultata dall'UFG e "noi abbiamo risposto a metà aprile che un riesame sarebbe auspicabile", ha rilevato Erni.

L'operaio in questione aveva lavorato tra il 1966 e il 1978 negli stabilimenti della Maschinenfabrik Oerlikon, oggi Alstom Svizzera, venendo a contatto con le fibre di amianto. Soltanto nel 2004 i medici gli avevano tuttavia diagnosticato un cancro della pleura. L'uomo è deceduto l'anno successivo a causa della malattia, dopo aver intentato un processo all'ex datore di lavoro.

Nel 2010, confermando un verdetto argoviese, il Tribunale federale aveva ritenuto che la SUVA non avesse responsabilità. La domanda doveva essere inoltrata al più tardi nel 1988, vale a dire sedici anni prima che fosse diagnosticato il cancro.

Una esigenza impossibile che, secondo la Corte europea, ha privato vedova e figlie del diritto di far valere le loro richieste. Per Erni il diritto fondamentale a un processo equo è invece stato rispettato, perché il lavoratori e i suoi famigliari "hanno avuto un libero accesso alla via giudiziaria".

SDA-ATS