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TEL AVIV - L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha già riconosciuto il diritto all'esistenza d'Israele, ma non è disposta a dare il suo avallo formale alla definizione del Paese come "Stato Ebraico", secondo quanto vorrebbe il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, nell'ambito dei negoziati appena ripresi sotto l'egida della mediazione statunitense.
Lo ha ripetuto oggi Nabil Shaath, uno dei componenti del team negoziale palestinese ai colloqui, intervenendo alla convenzione del partito Taal, una delle forze politiche che rappresentano la minoranza araba d'Israele (oltre un milione e mezzo di persone).
"Non riconosceremo mai Israele come uno Stato ebraico per definizione", ha tagliato corto sull'argomento Shaath, dopo che nei giorni scorsi il presidente dell'Anp, Abu Mazen (Mahmud Abbas), aveva espresso concetti identici, seppur lasciando ai governanti israeliani il diritto di "definirsi come credono".
Secondo Shaath, un cedimento su questo punto rappresenterebbe non solo la rinuncia a qualsiasi trattativa sul 'diritto al ritorno' dei profughi palestinesi (e discendenti) costretti alla diaspora a partire dalla guerra del 1948, ma anche "un pericolo per i diritti" degli attuali cittadini arabo-israeliani.
Netanyahu insiste nel considerare il riconoscimento palestinese della natura ebraica dello Stato d'Israele fra le precondizioni di ogni accordo. L'Anp indica invece come premessa necessaria alla continuazione dei colloqui un colpo di freno a qualunque progetto di rilancio dell'espansione edilizia delle colonie ebraiche nei territori occupati, per non rendere ancor più difficile la definizione dei confini di un futuro Stato palestinese. "Se ripartirà l'attività di costruzione negli insediamenti, non potremo proseguire il negoziato", ha ribadito Shaath, citato alla convention dal sito israeliano Ynet.

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SDA-ATS