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BERLINO - Ci sarà poco da ridere per il presidente Werner Herzog e per gli altri membri della giuria del festival di Berlino che si apre giovedì 11 febbraio: almeno sulla carta i film in corsa per per l'Orso d'oro in questa sessantesima edizione sono tutt'altro che allegri.
Dal giapponese Caterpillar al danese Submarino, dal francese Mammuth all'anglo-americano The killer Inside Me, dal tedesco-iraniano Il cacciatore al norvegese Una specie di uomo gentile, quella che emerge dai film in concorso è un'umanità ferita, abbrutita, spaventata e con poche possibilità di redenzione.
Per esempio, Koji Wakamatsu, uno dei registi più estremi del Sol levante, racconta nel suo Caterpillar il ritorno a casa di un reduce della seconda guerra Cino-Giapponese del 1940 rimasto senza braccia e senza gambe e le responsabilità di cui è investita la moglie che lo accoglie. E sempre in tema di tragedia, lo specialista in catastrofi familiari Thomas Vinterberg fa ritrovare due fratelli segnati da un'infanzia difficile quando sono ormai diventati grandi: l'uno è un violento alcolista e l'altro un genitore single e tossicodipendente. Per non parlare dei francesi Benoit Delepine e Gustave de Kervern che in Mammuth, sia pure in chiave tragicomica, fanno interpretare a Gerard Depardieu un operaio che lavora da quando aveva 16 anni senza essere mai stato messo in regola e che al momento di andare in pensione deve confrontarsi con capi, famiglia e amici.
Michael Winterbottom porta sullo schermo il bel noir di Jim Thompson The killer Inside Me esaltando fino al parossismo la violenza del protagonista, vicesceriffo apparentemente tranquillo di una cittadina del Texas del dopoguerra che nasconde un indomabile caos interiore; mentre l'iraniano Rafi Pitts racconta nel Cacciatore la disperata sete di vendetta di un uomo appena uscito di prigione, cui viene uccisa la moglie e rapita la figlia.
In gara c'é poi il norvegese Hans Petter Moland che nel suo film Una specie di uomo gentile descrive l'aberrante normalità di un lavoratore del crimine, un uomo senza bisogni particolari, che ha 'solo' ucciso alcune persone, ne ha ferite altre, e ogni tanto paga i suoi debiti con la società trascorrendo un po' di tempo in prigione. Il romeno Florin Serban si appassiona alla storia di un adolescente che poco prima di uscire dal riformatorio si innamora di una studentessa di psicologia che lavora all'interno dell'istituto di pena, mentre il russo Alexei Popogrebsky ambienta il suo Come ho finito quest'estate in una desolata base scientifica dell'Oceano Artico dove si confrontano un vecchio metereologo e un giovane ricercatore.
Di fronte a tante tragedie e desolazioni potrà sembrare quasi divertente il remake in salsa cinese del film d'esordio dei fratelli Coen Blood Simple realizzato dall'ormai acclamato maestro Zhang Yimou, o il franco-argentino Rompecabezas, film d'esordio di Natalia Smirnoff che ruota intorno a un torneo di puzzle, o ancora Na Puto, film in cui la bosniaca Jasmila Zbanic racconta il suo paese tra modernità e tradizione seguendo la storia di una coppia che cerca di mettere su famiglia. Quanto alla Germania, una volta tanto sembra scendere in campo con film meno cupi della media: Shahada, di Burhan Qurbani, è la storia di tre giovani di fede musulmana che abitano a Berlino e si trovano per motivi diversi a vivere il conflitto tra l'Islam e la vita occidentale, mentre la coproduzione turco-tedesca Bal (Miele), di Semih Kaplanoglu, è quasi una favola onirica con protagonista il figlio di un raccoglitore di miele in uno sperduto villaggio ai confini di una foresta misteriosa.

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SDA-ATS