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Non c'è motivo di dubitare della paternità: uno svizzero di pelle bianca afferma di essere il padre di un bimbo nero, ma per la giustizia non vi sono indizi che l'uomo abbia dichiarato il falso e non può quindi essere ordinato un test del DNA.

Il caso, di cui riferisce oggi la "Weltwoche", concerne da una parte un muratore 48enne argoviese, che attualmente non lavora; dall'altra una 28enne richiedente l'asilo nigeriana arrivata in Svizzera nel 2007 e che, sette mesi e mezzo più tardi, ha messo al mondo un bambino.

Entrambi sono rinviati a giudizio per conseguimento fraudolento di una falsa attestazione: questo perché nel 2010 l'uomo, davanti all'ufficio dello stato civile, si era presentato come padre del piccolo, che in tal modo ha acquisito la nazionalità svizzera.

La domanda d'asilo della madre è stata archiviata con una decisione di non entrata in materia. L'interessata si oppone però al rimpatrio. E viene condannata più volte: per soggiorno illegale, per violazione di domicilio e per furto. Nell'ambito di uno di questi procedimenti una giudice del tribunale di Brugg (AG) ha dubbi riguardo alla cittadinanza elvetica del figlio e sporge denuncia.

Studiando gli atti la procuratrice competente giunge alla conclusione che il muratore non può essere il genitore: si è solo messo a disposizione per garantire alla donna il diritto di soggiorno. Nel frattempo lei ha infatti ricevuto il permesso B.

Nel procedimento i due indagati si rifiutano di fare un test del DNA: per i loro avvocati l'esame rappresenterebbe infatti una intromissione sproporzionata nei loro diritti personali. Il tribunale d'appello dà loro ragione: il test non può essere fatto, perché non vi è un sufficiente indizio di reato.

Sempre stando alla ricostruzione della "Weltwoche" nessuno - né chi ha sporto denuncia, né la procuratrice, né i giudici affrontano il tema del colore della pelle del bambino. Questo sebbene secondo il settimanale lui e l'argoviese appaiano parenti come lo sembrano essere Kofi Annan e Adolf Ogi.

La presidente del tribunale distrettuale vuole chiudere l'intero procedimento senza dibattimento, facendo presente appunto l'assenza di indizi di cui ha già parlato l'istanza superiore. La procuratrice annuncia però che impugnerebbe l'archiviazione. Si giunge quindi in aula e nonostante l'assenza di una prova DNA il tribunale alla fine giudica gli imputati colpevoli. Il muratore viene condannato a 600 ore di lavori di pubblica utilità e a una multa di 1000 franchi, la nigeriana a una pena pecuniaria di 180 aliquote di 60 franchi.

Stando alla "Weltwoche" il verdetto non ha però automaticamente come conseguenza che la nazionalità del bambino sia revocata, né che la donna debba lasciare il paese. In entrambi i casi si devono muovere le competenti autorità. La sentenza non è inoltre definitiva: l'avvocata d'ufficio della nigeriana ha già annunciato che presenterà ricorso.

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SDA-ATS