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Birmania: amnistia prigionieri politici conferma riforme

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 gennaio 2012 - 17:30
(Keystone-ATS)

Per convincere l'Occidente della sua buona fede nelle riforme avviate di recente, al nuovo governo civile birmano mancava solo un rilascio convincente di centinaia di prigionieri politici: la mossa è arrivata oggi con il ritorno in libertà di 651 detenuti, tra cui alcuni tra i maggiori leader delle proteste pro-democrazia del 1988 e del 2007.

La decisione, definita "un segnale positivo" da Aung San Suu Kyi, contribuirà ad accelerare il processo di distensione in corso tra il regime e gli Stati Uniti, che avevano posto la liberazione di tutti i prigionieri politici come una condizione necessaria per arrivare alla rimozione delle sanzioni economiche.

La quarta amnistia in meno di un anno decisa dal nuovo presidente Thein Sein, secondo i media statali, è stata concessa ai detenuti "per la riconciliazione nazionale e la loro partecipazione al processo politico" ed è arrivata solo un giorno dopo la firma di una tregua tra l'esercito e i ribelli Karen, impegnati da oltre sessanta anni in una guerra civile.

Secondo il giornale birmano Weekly Eleven, sarebbero 591 i prigionieri politici tornati in libertà, un numero che corrisponde a grandi linee alla lista stilata prima di oggi dalla Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi; l'Aapp (Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici) stima invece che ne siano stati rilasciati solo 200. Tra questi figurano Min Ko Naing e Ko Ko Gyi, due tra le figure storiche della dissidenza, nonché il monaco Ashin Gambira, condannato a 63 anni di reclusione per aver guidato la "rivoluzione di zafferano" nel 2007.

Dagli arresti domiciliari è stato rilasciato anche l'ex premier e capo dell'intelligence Khin Nyunt, un moderato che prima di essere epurato dall'allora leader della giunta militare Than Shwe aveva iniziato un approccio con l'opposizione guidata da Suu Kyi, lanciando una "road map per la democrazia" in sette punti.

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