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L'ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva in un'immagine del 10 luglio scorso.

KEYSTONE/EPA EFE/PAULO FONSECA

(sda-ats)

Nella sua sentenza di condanna in primo grado contro Luiz Inacio Lula da Silva, il giudice Sergio Moro ha dichiarato l'ex presidente brasiliano interdetto dai pubblici uffici per 19 anni.

La decisione tuttavia entra in vigore solo una volta esauriti tutti i gradi di giudizio.

Lula, che si è detto pronto a candidarsi alle presidenziali del 2018, in base alla legge sulla Ficha Limpa (Fedina Pulita) sarebbe dunque ineleggibile solo se nel frattempo venisse condannato anche da un organo collegiale.

Lula è stato condannato a nove anni e sei mesi di reclusione per corruzione in uno dei processi dell'inchiesta Lava Jato nei quali era imputato.

La condanna è una "vergogna per il Brasile", hanno affermato gli avvocati dell'ex presidente brasiliano, sottolineando che la sentenza emessa da Moro "ignora prove indiscutibili di innocenza".

Tra le voci critiche anche l'ex capo di Stato, Dilma Rousseff, destituita lo scorso agosto in seguito a impeachment: "Le grinfie dei golpisti cercando di lacerare la storia di un eroe del popolo brasiliano", ha scritto l'ex pupilla di Lula in una nota.

Dura anche la posizione del Partito dei lavoratori (Pt, di sinistra) fondato proprio dall'ex presidente-operaio.

"La condanna dell'ex presidente Lula rappresenta un attacco alla democrazia e alla Costituzione federale", si legge nella nota divulgata dalla sigla.

Diversa l'opinione dei partiti da sempre rivali del Pt di Lula.

Secondo il capogruppo al Senato del Psdb (centro-destra), Paulo Bauer, la decisione del giudice Moro dimostra che "la legge esiste per tutti" e che "nessuno può starne al di sopra".

SDA-ATS