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Prove "insufficienti" contro Faisal Cheffou: riparte così la caccia al terzo uomo del commando omicida immortalato dalle telecamere dell'aeroporto di Zaventem il 22 marzo.

La procura è convinta che non sia Cheffou l'uomo col cappello filmato dalle telecamere dell'aeroporto e lo ha rimesso in libertà, sebbene confermando, al momento, i pesanti capi d'accusa che gli erano stati contestati, a partire da quello di strage terrorista. Ma i magistrati non avevano prove sufficienti a convalidare l'accusa formulata due giorni fa, ha fatto sapere la procura.

Il nuovo errore degli inquirenti belgi si aggiunge ad un'altra accusa, stavolta dalla Grecia. Atene inviò a Bruxelles già nel gennaio del 2015 le prove che Abdelhamid Abaaoud (la "mente" degli attentati di Parigi, morto nell'assalto al covo di Saint Denis) aveva messo gli occhi anche sul principale aeroporto belga, perché nella sua casa ateniese erano state trovate mappe e disegni dello scalo. Un avvertimento, a quanto pare, rimasto lettera morta.

Mentre si aggrava il bilancio delle vittime degli attentati, salito a 35 - ma in ospedale ci sono ancora 96 feriti, di cui 55 in terapia intensiva - l'inchiesta prosegue con poco successo. Il terzo uomo di Zaventem è ancora in fuga, così come l'accompagnatore del kamikaze di Maelbeek, di cui non sono state diffuse immagini ma che è stato visto nei filmati delle telecamere a circuito chiuso con un grande zaino sulle spalle mentre parlava con Khalid El Bakraoui poco prima che questi entrasse nel vagone dove si è fatto esplodere.

Cheffou è stato rimesso in libertà nonostante, per giorni, la procura non solo non avesse smentito i media che lo identificavano come l'uomo con il capello, ma avesse addirittura formulato un capo d'accusa grave come quello di strage terrorista per i fatti del 22 marzo. Il giornalista freelance era stato riconosciuto solo dal tassista che ha accompagnato i tre terroristi a Zaventem, e la procura, a quanto risulta, non aveva altri elementi che comprovassero le accuse.

La polizia ha quindi diffuso nuovamente il video di quella mattina, chiedendo aiuto per l'identificazione di quello che al momento è tornato uno sconosciuto.

I raid di questi giorni e la raffica di fermi e arresti - altri tre sono stati convalidati oggi - non hanno aiutato molto le indagini.

Qualche pesce grosso è stato preso, come l'uomo ferito alla gamba a Schaerbeek venerdì, Abderahman Ameroud, già condannato nel 2005 a sette anni di carcere per complicità nell'omicidio del comandante afghano Massoud, leader della lotta contro i talebani ucciso un giorno prima dell'11 settembre 2001 a Takhar. Ma è un arresto collegato all'inchiesta francese su Reda Kriket, il francese fermato nella banlieue parigina di Argenteuil con un arsenale in casa. E sempre a lui è legato l'arresto ieri a Rotterdam di Anis B., suo possibile complice in un imminente attentato in Francia. Anche Kriket aveva vissuto a Bruxelles ed era legato ad Abaaoud, ennesima riprova di quanto la cellula Parigi-Bruxelles sia strettamente collegata.

Il rilascio di Cheffou e le accuse della Grecia, che già nel gennaio del 2015 aveva inviato in Belgio tutte le prove raccolte nel computer e nella chiavetta USB di Abaaoud, hanno riacceso la polemica sull'inefficienza delle autorità. Molti, troppi i segnali che le autorità belghe sembrano aver ignorato. Dall'uomo che tre mesi fa segnalò al vigile di quartiere di Schaerbeek strani movimenti nell'appartamento dove i terroristi del 22 marzo vivevano e stavano fabbricando le bombe, alla polizia di Malin che sapeva da dicembre l'indirizzo dove il 18 marzo poi è stato trovato Salah Abdeslam, unico superstite dei commando che agirono a Parigi il 13 novembre. Infine, l'avvertimento della Turchia sul rientro dalla Siria del kamikaze della metro, Ibrahim El Bakraoui, peraltro già ricercato in Belgio per violazione dei termini di custodia. Errori difficili da spiegare, che seminano ostacoli nella ricerca dei sospetti.

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SDA-ATS