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Nel primo bilancio Ue dopo l'uscita del Regno Unito, che avrà un buco da 70-80 miliardi, si dovranno fare dei risparmi consistenti sulle 'vecchie' priorità come agricoltura e fondi per le Regioni.

Bisognerà invece investire sulle nuove emergenze, come sicurezza, immigrazione e difesa, in cima alle preoccupazioni dei cittadini europei. Così la vede la Commissione Ue, che ha messo sul tavolo le prime idee sulla programmazione finanziaria pluriennale post 2020, lanciando il dibattito su cui i leader Ue si confronteranno nel vertice del 23 febbraio.

Oltre ai diversi scenari di tagli e aumenti di poste (alcune 'visionarie' come i 150 miliardi all'immigrazione), Bruxelles propone che i fondi Ue vengano dati solo a chi rispetta le regole, incluso lo Stato di diritto. Un messaggio ai Paesi dell'Est come la Polonia, in rotta con l'Europa per le leggi contro l'indipendenza della giustizia.

Teoricamente c'è tempo fino al 2020 per approvare il prossimo bilancio Ue, ma la Commissione punta ad un'intesa tra i leader entro le elezioni europee di maggio 2019. Per questo ha anticipato il dibattito, e a maggio presenterà la proposta dettagliata dopo aver raccolto le opinioni dei 27.

E' da sempre il tema più divisivo per gli Stati Ue, che non vogliono né aumentare i loro contributi né vedersi ridotti i fondi. Stavolta, con il buco britannico, mantenere intatti i saldi sarà impossibile. Per questo Bruxelles ha proposto sia di portare il contributo nazionale oltre l'attuale 1% del pil nazionale, sia di tagliare alcune voci.

La scure si abbatterà solo su quelle tradizionali: politiche di coesione e agricole. Per le prime, tre scenari: mantenere lo status quo, con fondi che continuano a sostenere tutte le Regioni; tagliare di un quarto aiutando solo quelle meno sviluppate; oppure tagliare di un terzo e di fatto sostenere solo i Paesi dell'Est Europa. Anche sulla politica agricola si propone lo status quo, un taglio del 15% o uno più pesante del 30%.

Del resto, spiega Bruxelles, le priorità sono cambiate. Spinti dall'"instabilità alle porte dell'Ue", gli europei si preoccupano soprattutto della sicurezza. La spesa dedicata al controllo delle frontiere esterne deve quindi cambiare.

Tre gli scenari suggeriti: raddoppiare i 4 miliardi di euro attuali per sfruttare al massimo i sistemi di controllo già in campo; aumentarli a 20-25 miliardi per creare un vero sistema integrato di controllo delle frontiere esterne, raddoppiando il personale che salirebbe a 3000 unità; fare un deciso passo verso un sistema come Stati Uniti e Canada, con una spesa che sale a 150 miliardi e il personale che diventa di 110mila unità.

Sull'Erasmus, programma di punta dell'Ue attualmente dotato di 14 miliardi, si deve investire 30 miliardi minimo per raddoppiare gli studenti coinvolti, oppure arrivare ad un totale di 90 miliardi per dare la possibilità di muoversi ad uno studente su tre.

Il digitale va raddoppiato, portando la spesa a 70 miliardi, così come i settori di ricerca e innovazione la cui spesa deve aumentare almeno del 50%, possibilmente raddoppiare a 160 miliardi. Inoltre, 25 miliardi andranno ad aiutare i Paesi impegnati con le riforme, e altri fondi serviranno per quelli che vogliono entrare nell'euro.

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SDA-ATS