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Bufera su Johnson, Gb ripensa strategia Coronavirus

Il premier britannico Boris Johnson KEYSTONE/EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA / POOL sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 14 marzo 2020 - 19:30
(Keystone-ATS)

La Gran Bretagna va per la sua strada, sul fronte coronavirus, ma almeno in parte si prepara a correggere il tiro, mentre il contatore dei casi di contagio sull'isola segna un nuovo picco e quello del numero di morti un raddoppio secco in 24 ore.

Preso di mira dalle polemiche e dalle perplessità di una parte dell'opinione pubblica, ma soprattutto della comunità scientifica interna e internazionale, il governo di Boris Johnson non modifica al momento la sua strategia, eccentrica rispetto alla maggioranza degli altri Paesi, di un tentativo di diffusione controllata e diluita del virus. Apre tuttavia le porte al blocco di tutti gli eventi pubblici.

I dati ufficiali, aggiornati ad oggi, hanno fatto salire a 1.140 i casi accertati, 342 in più di ieri. Mentre i decessi censiti sono passati da 11 a 21 e i test hanno avuto un'impennata superando quota 36.000: oltre 4.600 in un giorno.

Il professor Chris Whitty, chief medical officer britannico e consigliere scientifico principe di Johnson accanto all'accademico ed ex numero uno del colosso farmaceutico Glaxo, sir Patrick Vallance, ha precisato che i 10 morti in più di queste ultime ore erano tutti "a rischio", cioè anziani e persone con patologie gravi pregresse, anche se nelle ultime ore si registra la prima infezione di un neonato.

E, pur dicendo di "comprendere le preoccupazioni di molti", ha insistito sulle raccomandazioni di base suggerite finora dalle autorità del Regno in assenza di provvedimenti radicali. Cautele di minima, improntate all'idea di poter spalmare il contagio nel tempo, rinunciando all'ambizione di cercare di contenerlo con restrizioni-shock e limitandosi ad assistere "i più vulnerabili" nelle parole di Vallance.

Con una speranza di fondo: quella d'innescare una cosiddetta "immunità di gregge" una volta che "il 60% della popolazione" sarà stato contagiato, e sarà in gran parte guarito, diluendo auspicabilmente l'impatto sul sistema sanitario verso la stagione estiva e attenuando in parallelo i contraccolpi sull'economia nazionale in tempi di Brexit.

Disegno la cui attendibilità molti tuttavia contestano. E che non impedisce intanto al governo Tory d'apprestarsi a varare la prossima settimana in Parlamento una legislazione d'emergenza ad hoc (destinata a restare in vigore per due anni, con poteri speciali d'intervento alla polizia) cui dovrebbe seguire il bando formale dei grandi eventi pubblici anche nel Regno.

Una mossa i cui effetti Johnson e i suoi consiglieri avevano liquidato sino a venerdì come trascurabili, pur senza escluderla per motivi di "ordine pubblico". E che invece, secondo una fonte governativa, scatterà alla fine dal prossimo weekend, con conseguenze su eventi quali il torneo di Wimbledon, il festival musicale di Glastonbury o le corse ippiche del Royal Ascot e del Grand National.

Per i media si tratta del segnale di "una svolta", se non di "una retromarcia", di Downing Street. Ma comunque una svolta parziale, tenuto conto che ad oggi non risulta alcun ordine di chiusura di scuole o università, ad esempio, a dispetto del fatto che alcune istituzioni abbiano deciso lo stop per conto loro, che la Premier League calcistica abbia già sospeso il campionato e che - almeno da ieri sera - pure numerosi pub e ristoranti si siano spontaneamente svuotati.

Intanto un centinaio d'italiani residenti nel Regno Unito ha scritto al premier per chiedere un cambio di passo. Mentre diversi specialisti polemizzano sulla teoria dell'immunità di gregge: giudicata "fantascienza" allo stato del poco che si sa sul coronavirus dall'italiano Roberto Burioni; e vista con perplessità anche da studiosi che pensano possa funzionare, come Martin Hibberd, professore d'infettivologia alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, stando al quale il target vero dovrebbe essere quello d'avere una fetta di popolazione contagiata ancor più alta, il 70% e oltre, in un contesto in fin dei conti (decine di milioni di persone) incontrollabile.

Senza tralasciare i moniti dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), che per bocca del suo numero uno, Tedros Adhanom Ghebreyesus, insiste a indicare la strada del contenimento rigoroso come la più ragionevole al momento. E nelle parole della portavoce Margaret Harris non esita a definire "dubbia la risposta" britannica alla pandemia.

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