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Il boss di camorra Angelo Nuvoletta, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giornalista del Mattino Giancarlo Siani, è morto ieri all'ospedale di Parma, dove era ricoverato. Aveva 71 anni. Nuvoletta, boss di Marano, arrestato nel maggio del 2001 dopo 17 anni di latitanza, era detenuto in regime di 41 bis, nel carcere di Spoleto e poi in ospedale a Parma. Fra gli omicidi contestatigli, vi sono quelli di cinque affiliati del clan Alfieri, strangolati e poi sciolti nell'acido.

Il regime di carcere duro nei riguardi di Nuvoletta era stato confermato l'8 marzo 2011 dalla Corte di Cassazione che ritenne il suo stato di detenzione pienamente "compatibile con la salvaguardia dei diritti umani".

Nuvoletta, considerato uno dei grandi padrini della camorra, a lungo nell'elenco dei 30 latitanti di massima pericolosità, apparteneva a una "famiglia" potentissima che da decenni aveva allacciato stretti rapporti di collaborazione con la mafia siciliana.

Il clan era governato da tutti e tre i fratelli: Lorenzo, Ciro e Angelo. Il primo, morto in carcere per una grave malattia, era considerato il capo; Ciro, ucciso in un agguato nella guerra di camorra fra i Nuvoletta-Gionta e i Bardellino-Alfieri-Galasso-Verde, era considerato il più sanguinario del gruppo; Angelo era invece la "mente" del clan ed era lui che ne gestiva gli affari economici e che teneva i contatti con Cosa Nostra, in particolare, con la cosca dei Corleonesi, con la quale, sin dagli anni Settanta, i Nuvoletta avevano stretto un patto di reciproca collaborazione.

A Nuvoletta sono stati contestati numerosi tipi di reati, oltre agli omicidi e all'accusa di essere il mandante dell'uccisione di Siani: dal traffico di stupefacenti all'estorsione, al possesso di armi ed esplosivo, all'intimidazione, al controllo degli appalti pubblici.

Secondo gli investigatori, durante i 17 anni di latitanza Angelo Nuvoletta non si sarebbe quasi mai mosso da Marano, riuscendo sempre a trovare rifugio, forse in qualche nascondiglio segreto nello stesso centro della cittadina. E da lì avrebbe continuato sia a mantenere in piedi l'organizzazione criminale, gestendone le molteplici attività illecite, sia ad avere i rapporti con Cosa Nostra.

Questa circostanza fu confermata anche dalle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, già appartenente alla famiglia Partanna di Mondello e collaboratore di giustizia. Mutolo riferì ai giudici che, nel 1973, uscito dal carcere di Poggioreale in cui era rinchiuso, trovò ad attenderlo Saro Riccobono e Angelo Nuvoletta, che lo accompagnarono in auto a Poggio Vallesana, nella tenuta del clan di Marano, dove, a sua volta, li aspettava Totò Riina.

Il ritorno in libertà di Mutolo fu festeggiato a tavola con un pranzo che sancì la definitiva alleanza tra i Nuvoletta e il gruppo di Riina.

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SDA-ATS