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RAVENNA - Dopo quattro secoli di oblio, Michelangelo Merisi, alias il Caravaggio, è tornato. Grazie alla scienza, ora "possiamo dire di avere trovato i suoi resti mortali". Ne è convinto Silvano Vinceti, presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali: quelle esposte in mattinata all'entrata del centralissimo teatro Alighieri di Ravenna sono le ossa del pittore Caravaggio, morto 400 anni fa e sepolto, secondo alcune testimonianze, al cimitero di Porto Ercole, in provincia di Grosseto.
Le ricerche, coordinate da Giorgio Gruppioni, docente dell'Università di Bologna, restituiscono una certezza "dell'85%", secondo quanto ha spiegato il docente. La ricerca è partita nell'inverno scorso quando un gruppo di ricercatori ha prelevato migliaia di frammenti ossei dal cimitero escludendo a priori i reperti che non potevano di certo essere del pittore.
Con il supporto del Centro datazione e diagnostica dell'Università del Salento, gli studiosi hanno individuato alcuni campioni ossei risalenti all'epoca della morte di Caravaggio. Si tratta del "frammento cinque", come precisato dal professor Lucio Calcagnese che ha seguito questa fase in prima persona. Nello stesso campione, il Centro di ricerche ambientali di Marina di Ravenna ha individuato un'alta concentrazione di piombo e mercurio. Un particolare importante per la movimentata vita del pittore, ha spiegato il direttore del centro, Massimo Andretta.
Secondo gli storici, infatti, Caravaggio usava colori a olio in grande quantità, viveva in ambienti sporchi, era sempre imbrattato. Alcune di queste tinte contenevano piombo e si ritiene che il pittore soffrisse di saturnismo. Il frammento catalogato come "cinque", infine, ha mostrato molte parti in comune con il Dna dei presunti discendenti del Caravaggio, individuati tramite il cognome (Merisi) nella zona di origine dell'artista.
"Questi dati incrociati tra loro - ha concluso Gruppioni - ci portano a dire che quei resti ossei sono del pittore" con una sicurezza "dell'85%". "La ricerca antropologica e le avanzate tecnologie della scienza - ha aggiunto Vinceti - fanno sì che i risultati messi a disposizione dello storico siano credibili quanto le testimonianze dirette". I dati storici, in sostanza, andrebbero a coprire quel 15 per cento di incertezza.

SDA-ATS