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La Repubblica Centrafricana è sull'orlo del baratro. Lo ha denunciato ieri il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, lo ha ammesso oggi il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian, responsabile dell'operazione avviata lo scorso dicembre da Parigi in appoggio alla Forza dell'Unione Africana (Misca) che da mesi tenta di pacificare il Paese e di porre fine alla guerra civile.

C'è il rischio, ha detto Ban Ki-moon - che a Bangui ha fatto tappa mentre si recava a Kigali dove parteciperà alla commemorazione del genocidio ruandese di 20 anni fa - di un'altra "epurazione etnico-religiosa" che, se si guardano i fatti di questi ultimi mesi, sembrano già essere una dolorosa insanguinata "realtà".

Il segretario generale dell'Onu, come pure il ministro francese, ha rivolto un appello alla presidente di transizione Catherine Samba Panza affinché faccia il possibile per avviare un "processo politico di riconciliazione e pace civile".

Ma è ormai chiaro all'intera comunità internazionale, finora piuttosto prodiga di parole ma non di fatti (l'Unione Europea per esempio ancora non ha inviato soldati per contenere, come promesso, le violenze), che senza l'aiuto esterno dei Paesi confinanti e degli occidentali l'odio non si estinguerà.

Le Drian ha perfino ammesso di avere sottostimato la violenza dei miliziani della maggioranza cristiana, che hanno compiuto contro la minoranza musulmana gli stessi atroci crimini "firmati" dalle bande armate islamiche dall'inizio del 2013.

In questo momento però la Repubblica Centrafricana continua a fare i conti con omicidi e violenze oltre che con decine di migliaia di profughi terrorizzati e privi di tutto. Mentre il futuro si presenta come un enorme buco nero che vede troppo lontane le elezioni generali fissate per il 2015, in febbraio.

SDA-ATS