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CF: no a iniziativa contro speculazione su derrate alimentari

Il Consiglio federale è contrario all'iniziativa popolare "Contro la speculazione sulle derrate alimentari" e non vuole opporvi alcun controprogetto. Nel relativo messaggio, pubblicato oggi, il governo spiega di condividere gli scopi del testo, ma lo considera inadeguato, poco efficace e dannoso per l'economia elvetica.

L'iniziativa della Gioventù socialista, depositata lo scorso marzo e munita di 115'942 firme valide, chiede di proibire ogni investimento, diretto o indiretto, in strumenti finanziari legati a materie prime agricole e derrate alimentari. Il divieto concerne gli attori finanziari - come banche, gestori di capitali, assicuratori sociali, eccetera - con sede o domicilio in Svizzera.

Il Consiglio federale condivide gli scopi dell'iniziativa, ossia in particolare migliorare l'approvvigionamento alimentare delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo e lottare contro la povertà, si legge in un comunicato Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR).

Il testo è contestabile almeno per tre aspetti, ritiene il governo. In primo luogo, dai dati disponibili e dagli studi effettuati emerge che gli aumenti di prezzo verificatisi negli anni scorsi delle materie prime agricole in Paesi del sud del Mondo non erano dovuti alla speculazione bensì, in misura molto maggiore, ad altri fattori. Quelli di maggiore rilievo erano scorte ai minimi storici, condizioni meteorologiche sfavorevoli (siccità, gelo) in importanti regioni di coltivazione e misure politiche adottate da Paesi esportatori e Paesi importatori (restrizioni alle esportazioni, incette).

Secondariamente, delle misure di portata nazionale non avrebbero quasi alcun influsso sui processi in atto a livello internazionale sui mercati a termine delle merci.

Da ultimo, in Svizzera diverse categorie di imprese sarebbero interessate dal divieto. Si tratterebbe principalmente delle banche, delle imprese attive nel commercio di prodotti agricoli e dell'industria di trasformazione di questi prodotti. Per queste aziende il divieto comporterebbe ulteriori costi operativi e limitazioni delle loro attività. Si tratterebbe di uno svantaggio concorrenziale nei confronti degli operatori esteri, senza peraltro alcun beneficio in termini di efficacia.

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