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Sarebbero 50, forse di più le vittime di un attacco di terroristi uighuri contro minatori e poliziotti cinesi avvenuto in settembre nei pressi di Aksu, nella Regione Autonoma dello Xinjiang, nel nordovest della Cina.

Lo afferma l'emittente Radio Free Asia (Rfa) citando una serie di testimoni oculari tra cui alcuni agenti che partecipano alla caccia ai responsabili, che si sarebbero rifugiati sulle vicine montagne.

Le rivelazioni dell'emittente danno un'immagine della situazione nello Xijiang ben più grave di quella descritta dalle autorità cinesi che non vuole spaventare i lavoratori cinesi che emigrano nella zona.

Il governo di Pechino afferma che i ribelli uighuri sono sostenuti attivamente dalla rete del terrorismo islamico internazionale mentre gli esuli uighuri sostengono che si tratti di atti spontanei di ribellione contro la Cina, la cui politica favorisce gli immigrati di etnia han e mira a distruggere la cultura e l' identità degli uighuri.

Il governo di Pechino non nasconde comunque che la situazione nel territorio sia "seria", come ha dichiarato recentemente Yu Zhengsheng, uno dei sette membri del Comitato Permanente dell'Ufficio Politico (Cpup) del Partito Comunista Cinese, cioè l'organismo che detiene il potere politico.

In quest'ultimo attacco, secondo i testimoni, almeno una decina di uighuri armati di coltello hanno assalito il dormitorio dei minatori, in maggioranza cinesi, il 18 settembre scorso. La miniera appartiene alla Sogan Colliery e si trova nella prefettura di Baicheng. Molti dei lavoratori sarebbero stati uccisi nel sonno. Gli aggressori erano pronti a combattere contro i poliziotti accorsi sul posto, tra i quali si contano almeno cinque vittime.

Alcune fonti hanno addirittura parlato di più di cento vittime, ma Radio Free Asia afferma di non poter confermare la notizia. "Quasi tutti i lavoratori che non erano di turno sono stati uccisi", ha affermato Ekber Hashim, un funzionario della polizia di Aksu. La polizia e l'esercito cinese stanno ora organizzando delle battute di caccia all'uomo sulle montagne dove si sarebbero rifugiati i responsabili dell'attacco, che sono descritto come brulle, piene di burroni e "pericolose".

La situazione nello Xinjiang è fortemente tesa dal 2009, ma le violenze hanno subito un' accelerazione a partire dal 2012. Centinaia di persone hanno perso la vita in scontri a sfondo etnico oppure tra forze di sicurezza cinesi e ribelli uighuri. Migliaia di persone sono state arrestate e il numero delle esecuzioni capitali ha raggiunto le 40 nel 2014. I processi avvengono a porte chiuse e durano pochi giorni e sono state criticate dalle organizzazioni umanitarie internazionali.

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SDA-ATS