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La Cina torna ad affondare i mercati, facendo bruciare all'Europa 227 miliardi: i mercati temono un Ferragosto rovente alimentato dalla nuova svalutazione dello yuan decisa oggi, che fa temere una brusca frenata del motore economico cinese.

Per il secondo giorno consecutivo le borse vanno giù, con i Big dell'export verso Pechino - come il settore dei prodotti di lusso e le auto - a guidare le perdite. Gli investitori corrono verso il porto sicuro dell'oro, dei treasury americani, del bund (tassi a minimi record), e scommettono su un ritardo del rialzo dei tassi Usa. Sale l'euro, sopra a 1,11, mentre continua la scivolata del petrolio, stamani sotto i 43 dollari, sui timori per la domanda globale.

Dopo il taglio del 2% della banda di oscillazione rispetto al dollaro deciso ieri, il più forte visto in un decennio di cambi aggiustati giornalmente, la Banca centrale cinese oggi ha abbassato quel riferimento di un altro 1,6%. È una mossa che era prevista da molti, secondo cui lo yuan ha ampio potenziale di ribasso, studiata per sostenere l'economia in difficoltà. Ma la tempistica serrata non ha fatto che alimentare la fuga dalle borse.

Allo scivolone dello yuan - che ha chiuso a Shanghai con un ribasso di poco inferiore all'1%, a quota 6,387 dollari, dopo aver toccato un minimo di 6,45 sul dollaro - si è accompagnato quello di molte valute asiatiche, come il Dong vietnamita, dando il via a un effetto domino partito da Hong Kong (-2,1%), Sydney (-1,66%), Tokyo (-1,58%). L'effetto è ancora più amplificato in Europa, fra ripresa ancora molto fragile e alta dipendenza dall'export verso la Cina. E così Francoforte segna un pesante -3,27%, Parigi -3,40%, Milano -2,96%, Londra -1,40%.

Ci sono i timori per l'export, che fanno segnare a Fca (Fiat Chrysler) un pesante -6,46%. Giù anche Bmw (-3,7%) o in Francia Peugeot e, fra le case del lusso, Lvmh, in perdita di oltre il 4%. L'Europa, che pensava di aver archiviato l'ottovolante di Borsa mettendo al sicuro la Grecia, ora deve fare i conti con una minore competitività da cambio e meno clienti dall'Asia. E tremano anche gli Usa, con Apple, una delle aziende americane che più esporta verso la Cina, che, all'apertura di New York, ha ceduto il 3,4% salvo poi recuperare nel corso della giornata. Male anche i titoli finanziari. Gli indici di borsa a New York cedono oltre lo 0,70%, mentre ci s'interroga sulle ripercussioni per la Federal Reserve, che potrebbe essere costretta a rinviare il 'liftoff', il rialzo dei tassi d'interesse.

Ma c'è anche il punto interrogativo su cosa stia davvero succedendo in Cina, un paese a basso tasso di trasparenza finanziaria, dove al deflusso di investimenti esteri si accompagna una frenata dell'economia (lo dicono anche i dati di oggi su produzione industriale, frenata a +6%, e investimenti) sempre più lontana dall'obiettivo di crescita del 7%.

La Banca centrale cerca di tranquillizzare gli investitori: la svalutazione decisa è una "una tantum", non ci sono le basi per una "persistente svalutazione". E ancora, "di recente i principali indicatori economici si sono stabilizzati". Parole che non sono servite a fugare i timori di un "atterraggio duro" per il gigante cinese, data la bolla immobiliare e creditizia, alimentata da un sistema bancario-ombra sul quale le autorità hanno scarso controllo. Per Moody's la frenata dell'economia nel terzo trimestre potrebbe, al contrario, indurre la banca centrale a un nuovo ribasso dei tassi per spingere il credito.

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SDA-ATS