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Per qualcuno potrebbe essere l'uovo di Colombo o la quadratura del cerchio. Per altri un appeasement sul progetto europeo ai limiti della resa.

È la proposta messa oggi sul tavolo da 5 analisti di altrettanti think tank per indicare un'ipotetica "via d'uscita all'impasse" dopo la Brexit.

Il suggerimento, non nuovo in realtà, è quello di provare a cavalcare le conseguenze dello strappo invece che subirle puntando su un'Europa "a due velocità": il nucleo centrale, cementato da legami politici e dalle norme che regolano i dossier su cui la sovranità è collettiva, rimarrà l'Ue; ma collegata con esso s'immagina la nascita di un cerchio più largo denominato Partnership Continentale e cucito su misura per il Regno Unito.

Un cerchio a cui potrebbero associarsi (subito o in futuro) anche altri Paesi esterni che sono o potrebbero mirare a essere legati strettamente al Club dei 27: dalla Svizzera alla Norvegia fino all'Ucraina o magari alla Turchia.

Il progetto - nato dal confronto fra Guntram Wolff, direttore dell'Istituto Bruegel di Bruxelles, e altri docenti, politici o banchieri quali il francese Jean Pisani-Ferry, il tedesco Norbert Rottgen, il belga André Sapir e il britannico trapiantato negli Usa Paul Tucker - è stato presentato oggi in contemporanea in quattro capitali d'Europa, Londra inclusa.

E anche se sui media britannici non ha avuto finora grande impatto, sembra essere studiato apposta per venire incontro alle esigenze, ai desiderata, persino alle ossessioni del Regno.

La Partnership Continentale garantirebbe infatti un accesso al mercato unico di beni, servizi e capitali - come Londra da sempre vuole - escludendo qualunque impegno, se non limitato, sulla libertà di movimento delle persone e dei lavoratori.

I partner resterebbero fuori dal processo politico unitario, ma avrebbero voce in capitolo - seppure solo consultiva - sulle decisioni legislative dell'Unione. L'ultima parola al riguardo resterebbe ovviamente a Bruxelles e ai 27, ma del resto la rinuncia a una quota di influenza politica non sarebbe davvero un gran penalizzazione per i britannici che con la Brexit sono destinati a perderla comunque. A Bruxelles rimarrebbe pure la definizione degli accordi commerciali con Paesi terzi, che i partner dovrebbero rispettare, mentre comune a tutti sarebbe il tema del controllo delle emissioni inquinanti.

Un forum di dialogo dovrebbe in ultimo armonizzare, in questa sorta di mondo ideale, Ue e Partnership Continentale su difesa, sicurezza, politica estera. Mentre i partner sarebbero sganciati su giustizia e affari interni. Un modello pragmatico che per ora è solo sulla carta e che appare una condizione quasi ideale per i britannici, euroscettici moderati compresi. Ma che non è detto appaia facilmente digeribile a molti altri.

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SDA-ATS