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La presidenza sperava di averlo per le 19, ma per la nuova bozza di accordo finale bisognerà aspettare almeno qualche ora in più. Intorno alla Conferenza Onu sul Clima cresce la pressione perché si arrivi a un accordo significativo.

Per tutta la giornata, le Ong hanno moltiplicato i loro appelli all'ambizione e al riconoscimento dei bisogni dei Paesi più vulnerabili. "Non bisogna accontentarsi del minimo comune denominatore pur di poter dire di avercela fatta", ha intimato la rete di Ong Climate Action Network, lodando la mobilitazione della Francia, che nei mesi scorsi ha messo in campo "un sacco di capitale politico", ma ricordando poi che "intesa internazionale e ambizione devono andare a braccetto" perché l'accordo sia soddisfacente. "Ritrovare l'ambizione, che per ora è rimasta tra parentesi", dice invece la Fondazione Nicolas Hulot, che chiede in particolare obiettivi quantificati per i finanziamenti da assegnare all'adattamento climatico.

Nel pomeriggio, è stato il commissario europeo all'Energia, Miguel Arias Canete, ad ufficializzare l'esistenza di "una forte alleanza con più di 100 Paesi, ovvero la maggioranza" di quelli rappresentati alla Cop21, per "chiedere un accordo ambizioso". Il gruppo, ha precisato, include l'intera Ue, i 79 Stati dell'unione Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), e da ieri sera anche gli Usa e "un gruppo di Paesi progressisti latinoamericani". Sono "Paesi sviluppati e in via di sviluppo, grandi e piccoli, ricchi e poveri", ha tenuto a rimarcare.

Il commissario europeo ha poi esplicitamente accusato i rappresentanti cinesi di bloccare le trattative sulla questione della frequenza delle revisioni periodiche, che l'Europa vorrebbe fossero ogni cinque anni. "Senza dei cicli quinquennali, l'accordo è privo di significato", ha avvertito Canete, argomentando che "se non si ritorna abbastanza spesso ad aggiornare gli impegni, non si potrà mai raggiungere l'obiettivo a lungo termine" di azzeramento delle emissioni.

Un altro attore problematico delle trattative, "forse il più esplicito nelle sue prese di posizione", è l'Arabia Saudita, rilevano ancora le Ong del Climate Action Network. Il regno, spiegano, si sarebbe messo di traverso "anche con dichiarazioni pubbliche" sull'obiettivo a lungo termine dell'azzeramento delle emissioni e più in generale su "qualsiasi allontanamento definitivo dai combustibili fossili". Ma i sauditi non sono isolati, ha tenuto a precisare Alix Mazounie: "Come diciamo in Francia, l'albero nasconde una foresta".

I responsabili Onu, però, continuano a mostrarsi fiduciosi. Il segretario generale Ban Ki-moon si è detto "ragionevolmente ottimista" sul fatto che si arrivi a un "accordo universale e molto ambizioso sul cambiamento climatico, che renderà le vite degli esseri umani più salutari e prospere". Sulla stessa linea il direttore del programma Onu per l'ambiente (Unep), Achim Steiner, secondo cui "il fatto che ora siamo rimasti con forse 3 o 4 temi su cui c'è ancora bisogno di negoziare un compromesso politico e trovare una formulazione ci dovrebbe incoraggiare e farci sperare che si stia davvero avanzando verso un accordo".

Nel frattempo è arrivato un nuovo allarme sui profughi climatici e sull'importanza di tutelare chi è costretto a fuggire dalla propria casa per colpa degli sconvolgimenti del clima, in una fase di "sentimenti anti-immigranti senza precedenti". A lanciarlo è il direttore dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, William Lacy Swing, secondo cui gli spostamenti forzati di popolazione sono a un livello mai visto dopo la Seconda guerra mondiale.

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SDA-ATS