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La missione della Swisscoy in Kosovo è da prolungare fino al dicembre del 2020.

Keystone/CHRISTIAN BEUTLER

(sda-ats)

La missione della Swisscoy in Kosovo deve essere prolungata di altri tre anni, fino a dicembre del 2020. Il numero di militari elvetici sarà tuttavia progressivamente ridotto. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale, con 100 voti a 76 e 1 astenuto.

Il Kosovo è ancora uno Stato debole, preso fra la corruzione e la disoccupazione, ha rilevato Pierre-Alain Frizez (PS/JU), a nome della commissione preparatoria. "Il problema è che il Paese dispone solo di un embrione di esercito e vista la forte comunità kosovara in Svizzera, la Confederazione è molto interessata dalla pace in Kosovo".

In questa regione ancora fragile, la missione svizzera è essenziale, ha da parte sua rilevato il ministro della difesa Guy Parmelin. "Il mandato della Swisscoy permette un suo rapido rafforzamento in caso di bisogno". Il consigliere federale ha poi spiegato che alcuni partiti politici attizzano gli animi in loco, mantenendo dei focolai di tensione per arrivare a una separazione del nord del Kosovo.

Una minoranza UDC chiedeva il rinvio al governo per preparare la fine della missione al più tardi nel 2020. "Pristina dispone di una struttura di polizia in grado di reagire ai problemi", ha sostenuto Roger Golay (UDC/GE), sottolineando che il contingente costa parecchio. "Se vogliamo che il Paese diventi forte deve camminare con le proprie gambe", ha messo in guardia Adrian Amstutz (UDC/BE). "In Kosovo parcheggiamo sminatori specializzati, che invece di lavorare altrove nel mondo, dove c'è davvero bisogno, sono lì a fare nulla", ha aggiunto.

Jakob Büchler (PPD/SG) ha ricordato che una delegazione della commissione parlamentare ha visitato il Paese. "Ci siamo fatti un'idea del lavoro eccellente svolto dalla Swisscoy in loco". Per Priska Seiler Graf (PS/ZH) "la situazione nel Paese è come una pentola a pressione." Il rischio, in caso di aumento delle tensioni, è anche quello di una migrazione dal Paese, ha fatto notare Hugues Hiltpold (PLR/GE). La proposta UDC è stata bocciata.

Nulla da fare nemmeno per i Verdi, che chiedevano di trasformare l'impiego militare sul posto in sostegno civile. "Collaborare con la Nato significa negare un po' la nostra neutralità", ha sostenuto Lisa Mazzone (Verdi/GE), aggiungendo che la presenza militare a lungo termine è problematica. La sfida è trasformarla in cooperazione civile, ha spiegato, per aprire la strada a investimenti nel Paese.

La KFOR - missione militare di pace della Nato con mandato delle Nazioni Unite - ha ridotto gli effettivi dal 1999. Oggi sono 4650 i militari impegnati, contro 50'000 all'inizio. Anche la Svizzera intende procedere a un taglio degli effettivi: dagli attuali 235 al massimo, il totale sarà portato a 190 militi dall'aprile del 2018 e a 165 dall'ottobre del 2019.

Il Consiglio federale si riserva comunque il diritto di aumentare temporaneamente il contingente: ulteriori 50 persone per al massimo otto mesi se il contingente svizzero dovesse essere spostato. Altri 20 per al massimo quattro mesi in caso di repentino aumento della minaccia. È inoltre prevista una riduzione delle prestazioni nella logistica, nel settore dei trasporti e del genio civile. Compiti principali della missione resteranno la ricerca di informazioni e il trasporto aereo.

Nel 2015 la Swisscoy è costata 44,2 milioni di franchi. Con 190 militari, il costo dovrebbe scendere a 37,5 milioni all'anno, mentre con 165 unità a 33,2 milioni. Un aumento temporaneo dell'effettivo costerebbe tra gli 1,1 milioni (20 persone per quattro mesi) e 8,9 milioni (50 persone per 8 mesi). La spesa figura nel budget della difesa.

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SDA-ATS