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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto d'archivio).

KEYSTONE/AP Pool Presidential Press Service

(sda-ats)

A meno di due mesi dal cruciale referendum sul presidenzialismo in Turchia, una nuova scure si abbatte sull'opposizione curda al presidente Recep Tayyip Erdogan.

Nel giro di poche ore, sono tornati nel mirino i due co-leader del partito Hdp, già detenuti da oltre 3 mesi e mezzo in carceri di massima sicurezza con accuse di "terrorismo" per un presunto sostegno al Pkk.

Con una dichiarazione letta in aula dalla presidenza, il Parlamento di Ankara ha decretato la decadenza da deputata di Figen Yuksekdag, dopo la conferma di una condanna per "propaganda terroristica" da parte della Corte suprema d'appello. La decisione dei giudici risale a settembre, ma la Grande assemblea ha revocato adesso il seggio, in base agli "articoli 76 e 84 della Costituzione". Secondo l'Hdp, "è una decisione politica del governo" per silenziarlo ulteriormente.

Poche ore dopo, sui curdi è caduta un'altra tegola: Selahattin Demirtas, il leader carismatico del partito, ex candidato alla presidenza contro Erdogan, è stato condannato in primo grado a 5 mesi per "aver denigrato la nazione turca, la Repubblica turca e le istituzioni dello Stato" da un tribunale di Dogubeyazit, nell'est del Paese.

Una pena lieve, se non fosse che è solo uno dei tanti processi in cui 'l'Obama curdo' è imputato. Per lui, calcola l'ufficio legale dell'Hdp, i diversi accusatori hanno chiesto finora 486 anni e 2 ergastoli. Dalla rimozione dell'immunità parlamentare, nel maggio scorso, sono solo 4 su 59 i deputati curdi contro cui non risultano avviati procedimenti penali. Insieme ai due leader, al momento in carcere ce ne sono altri 9.

In questa giornata nera per l'Hdp, alla lista è tornato ad aggiungersi anche il capogruppo in Parlamento, Idris Baluken, rilasciato venti giorni fa e adesso di nuovo arrestato da un altro tribunale. Un balletto continuo che sta rendendo quasi impossibile per i curdi condurre la loro campagna per il 'no' al presidenzialismo, marchio di fabbrica del partito sin dalle elezioni del 2015, quando lo slogan, rivolto a Erdogan, recitava: "Non ti lasceremo essere presidente".

Ieri, a Strasburgo, l'Hdp ha tentato la carta della Corte europea dei diritti umani, chiedendo il rilascio dei suoi leader proprio in vista del referendum. Mentre i comizi di Erdogan sono già partiti a tambur battente, prima ancora del lancio ufficiale sabato ad Ankara della campagna del suo Akp, in Turchia lo spazio per le voci contrarie si fa sempre più ristretto.

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SDA-ATS