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Amnesty international mette ancora sotto accusa la Corea del Nord e le atrocità compiute nei campi di lavoro, diventati più grandi e articolati.

Un ultimo rapporto, sviluppato in base alle nuove immagini satellitari raccolte e a testimonianze, denuncia l'espansione di questi letali luoghi "di rieducazione", costruiti all'apparenza per sembrare normali villaggi o piccole cittadine, ma dove, invece, tortura, fame, stupro ed esecuzioni sembrano strumenti quotidiani adoperati contro decine di migliaia di detenuti.

L'associazione dei diritti umani concentra l'attenzione sui gulag noti come Kwanliso 15 e 16, la cui fama è legata al fatto di "ospitare" i prigionieri politici: nuovi caseggiati, impianti produttivi ed edifici di massima sicurezza che, secondo Amnesty, sarebbero la prova di un ampliamento dai contorni inquietanti.

Sull'analisi delle immagini commissionate a DigitalGlobe, un operatore satellitare, si ipotizza che fino a 200.000 detenuti, bambini compresi, siano "richiusi in condizioni orribili in sei campi di prigionia politica". Il Campo 15, noto come Yodok, si trova nelle valli fluviali della Corea del Nord centrale, 120 km dalla capitale Pyongyang e con circa 50.000 detenuti al 2011; il Campo 16 è a Hwaseong, provincia di Hamgyong del Nord, che si stimava ospitasse circa 20.000 persone fino a due anni fa. Il regime ha sempre negato la loro esistenza, nonostante le immagini satellitari, le testimonianze di testimoni e il lavoro di mappatura fatto attraverso Google Map. Amnesty e le diverse associazioni di rifugiati nordcoreani sostengono che il destino nei campi di rieducazione può materializzarsi molto facilmente: ad esempio, la visione di programmi tv stranieri, il possesso di una Bibbia o un familiare ritenuto politicamente indesiderabile.

Nel rapporto, è ripresa la prima testimonianza di un ex ufficiale della sicurezza, indicato con il generico nome di "Mr Lee". Egli descrive l'orrore: detenuti "costretti a scavarsi la fossa e poi uccisi con un colpo di martello dietro il collo", detenute costrette a subire stupri e poi scomparse. Prigionieri, bambini compresi, costretti a condizioni orrende e oggetto di torture ed esecuzioni improvvise.

Scenari, del resto, non molto diversi da quelli descritti da Shin Dong-hyuk, in un drammatico libro dal titolo "Escape from Camp 14". Shin, ritenuto il primo nato in un campo di detenzione a essere fuggito nel 2005 all'età di 23 anni, racconta il primo ricordo, a soli quattro anni: un'esecuzione, con l'accanimento delle guardie sui corpi privi di vita. E poi stenti e torture "per mettere alla prova la resistenza", lavori di 12-15 ore al giorno negli allevamenti di maiali, nelle miniere di carbone, nella costruzione di dighe e nella cucitura di divise militari.

"La realtà raccapricciante dei continui investimenti della Corea del Nord in questa vasta rete di repressione è svelata", ha denunciato Rajiv Narayan, ricercatore dell'Asia orientale di Amnesty, esortando Pyongyang "a rilasciare immediatamente i prigionieri", mentre il destino dei campi non può che essere "la chiusura". Un appello che cade quando in Corea del Nord sembrerebbe in corso una "purga" contro i fedelissimi di Jang Song-Thaek, zio e "tutore" del giovane leader Kim Jong-un, che avrebbe avallato la sua rimozione da tutte le cariche.

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SDA-ATS