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Coronavirus: Chiese, la sfida della distanza sociale

Jean-Marie Lovey, vescovo di Sion: "Non poter beneficiare della presenza, anche silenziosa, di amici ai funerali genera una profonda frustrazione". KEYSTONE/JEAN-CHRISTOPHE BOTT sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 01 aprile 2020 - 12:20
(Keystone-ATS)

La cosiddetta distanza sociale in funzione anticoronavirus rappresenta una sfida considerevole per le Chiese. I ministri di Dio hanno le mani legate in un contesto di crisi che, apparentemente, genera un richiamo religioso.

"Oggi il messaggio è: fate attenzione alla vita e alle persone attorno a voi", dice Christian Miaz, presidente della Chiesa riformata evangelica del Canton Neuchâtel (EREN), secondo cui sfide come quella attuale sono anche un'occasione di crescita.

"Il coronavirus solleva interrogativi sulla fede, sull'economia e sul rischio di impoverimento. Corollario: penso che alcune persone stiano riflettendo a un ritorno alla messa, a un corpo ecclesiastico locale", afferma Jean-Marie Lovey, vescovo della diocesi di Sion (che comprende il Vallese e il distretto vodese di Aigle), interrogato dall'agenzia Keystone-ATS. Quest'ultima ha voluto tastare il polso alle due principali realtà ecclesiastiche romande. Per il vescovo "quando tutto è facile si tende ad approfittare dell'esistenza. Ma quando il superficiale scompare, ci si sente spogliati e ci si avvicina nuovamente alla fede".

Tv e internet come palliativo

Però la distanza sociale ha cancellato messe e culti protestanti. Le Chiese hanno scoperto altri vettori come le reti sociali in particolare e internet più in generale. Televisioni pubbliche, anche francesi, e private, come l'emittente vallesana Canal 9, diffondono la messa sul piccolo schermo. Lo stesso ruolo hanno le radio. Monsignor Lovey indica inoltre il maggior uso del telefono per raggiungere i fedeli. Radio, tv e telefono permettono di avvicinarsi in particolare alla popolazione anziana, talora sprovvista di accesso al web.

Il disagio dei funerali

I funerali sono il luogo in cui la distanza sociale genera i maggiori disagi, dicono all'unisono Miaz e Lovey. Le cerimonie si svolgono infatti in stretta intimità. "Questa situazione è estremamente dolorosa per le famiglie e sconvolgente per gli uomini di Chiesa", sottolinea il vescovo. "Non poter beneficiare della presenza, anche silenziosa, di amici genera una profonda frustrazione".

La Chiesa cattolica, come da tradizione, celebra messe per i defunti ben dopo i funerali. Cerimonie con gli amici saranno dunque possibili una volta che la crisi del Covid-19 sarà passata. L'EREN intende andare nella medesima direzione: "Proponiamo alle famiglie una cerimonia una volta terminato l'attuale confinamento per permettere una celebrazione più vasta. Molti hanno sin d'ora accettato", riassume Miaz. "Stiamo pure riflettendo all'organizzazione di una grande celebrazione che riunisca tutta la società per sottolineare la fine della pandemia".

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