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Coronavirus: non ancora al picco, meglio stare a casa

Per Daniel Koch non siamo ancora giunti al picco dell'epidemia e sarebbe quindi prematuro allentare le attuali misure di protezione decise dal Consiglio federale. KEYSTONE/ANTHONY ANEX sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 04 aprile 2020 - 16:18
(Keystone-ATS)

Non abbiamo ancora raggiunto il picco delle infezioni e per questo bisogna continuare a rispettare le attuali direttive per proteggersi.

Lo ha dichiarato oggi Daniel Koch, delegato dell'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) per il Covid-19, esortando una volta di più le persone a limitare gli spostamenti.

Commentando, nel corso di una conferenza stampa, le cifre odierne sulle infezioni - 20'278 (+975 rispetto a venerdì) casi confermati e 540 decessi (+56) - Koch ha parlato di un aumento costante, benché non eccessivo, invitando una volta di più la popolazione a un rinnovato senso di responsabilità, soprattutto per proteggere gli anziani (93% dei decessi, per una media di età di 83 anni, il 97% con patologie pregresse).

Meglio quindi rimanere a casa, prendere una boccata d'aria sul balcone o in giardino. Andrebbero evitate piazze e passeggiate a bordo lago, dove è molto più facile infettarsi, ha sostenuto Koch, secondo cui un divieto di frequentare simili luoghi sarebbe una misura sensata per evitare assembramenti.

Pur non potendo snocciolare cifre precise, Koch ha poi aggiunto che il 2,6% del personale sanitario è stato colpito dal coronavirus, "una piccola percentuale" secondo lo specialista che dimostra che le misure di protezione funzionano. Per quanto attiene ai potenziali casi di positività al virus, dalla settimana prossima sarà possibile incominciare a fare le primi analisi sui dati raccolti dal sistema "sentinella", ha spiegato Koch, rifiutandosi però di fornire adesso una stima al riguardo.

Circa la possibilità, ventilata dalle organizzazioni economiche, che si ritorni al lavoro magari con l'obbligo di indossare una mascherina protettiva, Koch ha sostenuto che se ci fosse a disposizione una soluzione così semplice per attenuare le conseguenze nefaste dell'epidemia "l'avremmo già adottata".

Il delegato del governo ha poi esortato chiunque si senta malato o stia male ad andare dal medico o al pronto soccorso a prescindere dal coronavirus. Tale appello è stato rivolto soprattutto ai genitori di bambini piccoli che possono soffrire di altre malattie, anche gravi: in particolare, Koch ha dichiarato che le vaccinazioni obbligatorie non andrebbero posposte. Diversi ospedali hanno fatto stato di una forte diminuzione di ricoveri per altre patologie, come gli infarti.

Esercito, verso congedi

Per quanto attiene all'impiego dell'esercito per missioni di appoggio, il brigadiere Raynald Droz ha precisato che al momento 4900 soldati sono in servizio, di cui 4000 disponibili per compiti sanitari (1300 impiegati effettivamente) e 600 in aiuto ai confini e per la protezione delle ambasciate. Le richieste di assistenza pervenute dai Cantoni sono ora 324, di cui 115 in corso e 93 concluse, ha aggiunto l'altro ufficiale.

Droz ha sostenuto che la maggior parte dei giovani mobilitati dà prova di buona volontà e ha voglia di aiutare, anche se l'attesa prima di essere effettivamente impiegati può essere snervante. Per alleviare la pressione si è quindi deciso di concedere dal 15 di aprile, se la situazione lo consentirà, congedi per piccoli gruppi (quelli individuali sono già possibili) della durata di due giorni ogni due settimane. I giovano possono comunque contare su un centinaio di specialisti con cui confidarsi o discutere dei loro problemi.

5 mila militi protezione civile

A dare man forte ai Cantoni sono attualmente impiegati anche 5 mila militi della protezione civile, ha affermato dal canto suo il vicedirettore dell'Ufficio federale preposto, Christoph Flury. La maggior parte è attiva nella Svizzera romanda e in Ticino, laddove il virus ha colpito più duramente.

I militi della protezione civile danno una mano anche negli ospedali o nelle case per anziani, in particolare nella logistica. A Ginevra verranno anche impiegati per far rispettare le regole di prevenzione decise dall'esecutivo, ha sottolineato Flury. In alcuni Cantoni sono stati utilizzati per montare le strutture impiegate dove condurre i cosiddetti "drive-in test", ossia test eseguiti da personale sanitario su pazienti al volante della loro auto affinché si limiti al massimo il contatto.

Lavoro ridotto, forti richieste

In merito alle sensibili ripercussioni economiche della pandemia attuale, la Segretaria di stato Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch, alla guida sella Segreteria di Stato dell'economia (SECO), ha parlato di una vera e propria valanga di richieste da parte degli imprenditori per beneficiare del lavoro ridotto.

Le richieste finora inoltrate riguardano oltre 1,3 milioni di lavoratori, pari a più di un quarto degli occupati in Svizzera, ha sottolineato Ineichen-Fleisch.

Particolarmente impressionante il caso del Ticino, che coinvolge oltre il 40% degli impiegati. Nell'ultima settimana sono giunte ai servizi competenti di questo Cantone 8500 richieste, quando in tempi normali se ne contavano 4 o 5, ha spiegato la Segretaria di stato.

Considerati i numeri e il fatto che molte richieste vengono ancora inoltrate compilando formulari cartacei, sono possibili ritardi nei pagamenti, ha spiegato l'ex delegata del Consiglio federale per gli accordi commerciali. "Da parte nostra - ha sottolineato - c'è comprensione, anche perché altri Cantoni sono nella situazione del Ticino".

Ineichen-Fleisch ha anche dichiarato di essersi incontrata con i rappresentanti del settore del turismo - inteso in senso lato - che più di altri teme le conseguenze della crisi attuali sui suoi affari. Per ora, ha detto, è ancora presto per dire che cosa di potrà fare per aiutare questo settore poiché molto dipenderà anche dalla durata della situazione attuale. Il Consiglio federale assieme alla SECO sta in ogni caso già pensando al dopo crisi, ha rassicurato Ineichen-Fleisch.

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