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Coronavirus: primi risultati studio su vita ultra 65enni

Malgrado l'epidemia di Covid-19, gran parte degli ultra-65enni della Svizzera romanda ha spesso contatti con amici, e ritiene sufficiente l'aiuto ricevuto. KEYSTONE/LAURENT GILLIERON sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 27 aprile 2020 - 15:40
(Keystone-ATS)

Malgrado l'epidemia di Covid-19, gran parte degli ultrasessantaciquenni della Svizzera romanda ha spesso contatti con famigliari e amici, e ritiene sufficiente l'aiuto ricevuto. Una buona fetta pensa però che la situazione influisca negativamente sul morale.

Sono alcuni elementi dei primi risultati di uno studio condotto dalla Scuola friburghese di lavoro sociale (HETS-FR) che ha interessato i Cantoni di Friburgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Vaud e Vallese.

La maggior parte degli intervistati afferma di avere contatti molto frequenti con la famiglia e gli amici, per telefono, lettere, sms o e-mail. Quasi due terzi hanno contatti sociali quotidiani. Il 40% ha scoperto nuovi modi per rimanere connessi sia virtualmente, tramite smartphone, sia fisicamente, attraverso discussioni da un giardino o da un balcone all'altro. Un buon terzo ha dichiarato di aver addirittura riallacciato i contatti con persone che si erano "perse di vista".

Ciò malgrado per oltre una persona su cinque gli scambi siano diminuiti. E più di un terzo degli interpellati prova un senso di solitudine. Per quasi una persona su tre, questa sensazione è aumentata. Oltre a ciò, il 41% degli intervistati ritiene che la situazione dovuta alla pandemia di SARS-CoV-2 abbia avuto un'influenza negativa o molto negativa sul loro morale.

Le paure più spesso citate riguardano la salute di una persona cara (90%) o la propria (69%) ma anche la possibile mancanza di risorse mediche (respiratori e farmaci) e che il trattamento prioritario sia riservato ai più giovani.

Su quanto tempo possa ancora essere sopportato il confinamento, il 25% dice una o due settimane al massimo, il 20% porta il limite a tre o quattro settimane e un altro 25% addirittura fino a uno-tre mesi.

Il 37,5% degli intervistati ha dichiarato di non aver bisogno di aiuto, e il 20% circa lo fornisce agli altri. Oltre la metà (54%) ha invece bisogno di aiuto per fare la spesa e, in misura minore, per avere informazioni sulla malattia e per andare in farmacia. Possono contare soprattutto su figli e vicini di casa, e l'aiuto ricevuto è considerato sufficiente il misura del 97%. Quasi il 90% dei partecipanti allo studio ha constatato che le misure messe in atto da Comuni e Cantoni per aiutarli e proteggerli sono ampiamente sufficienti.

Le opinioni sono invece piuttosto divise riguardo all'impatto delle epidemia da coronavirus sulle relazioni intergenerazionali. Un terzo degli interpellati ritiene che la crisi avrà un impatto negativo: maggiore stigmatizzazione, emarginazione, perdita di supporto emotivo. Un quarto si aspetta un effetto positivo: sviluppo dell'aiuto reciproco e maggiore attenzione verso gli altri.

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