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Coronavirus: un vodese su quattro è immune

I dati sono confortanti, ma continuare ed espandere le vaccinazioni è fondamentale, sottolineano gli autori dello studio. KEYSTONE/ANTHONY ANEX sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 22 febbraio 2021 - 15:26
(Keystone-ATS)

Un quarto dei vodesi ha sviluppato in questo momento anticorpi contro il coronavirus. Tale protezione appare inoltre perdurare nel tempo.

Lo mette in risalto uno studio, secondo cui la quota di immuni, rispetto ai rilevamenti precedenti, è aumentata in tutte le categorie d'età.

Il tasso è salito dal 7% del giugno scorso e dal 17% di novembre fino al 25% (il margine di errore è di tre punti percentuali) attuale, evidenziano i risultati preliminari ottenuti da Unisanté, il centro universitario di medicina generale e sanità pubblica a Losanna, e comunicati oggi. Ciò dovrebbe permettere di frenare la diffusione del Covid-19 ed evitare una terza ondata, pur se non è sufficiente per controllare la pandemia in modo duraturo.

Lo studio SérocoViD fa parte del programma nazionale di ricerca Corona Immunitas. È condotto dal maggio 2020 da Unisanté su campioni rappresentativi della popolazione vodese, estratti a sorte. L'ultima analisi ha coinvolto oltre 1000 persone dai 15 anni in su.

Misurando il tasso di anticorpi presenti nel sangue, questi lavori permettono di stimare la proporzione di cittadini che hanno sviluppato difese immunitarie contro il morbo. Ciò si verifica dopo essere stati contagiati oppure vaccinati. La ricerca punta anche a capire come il virus si trasmette fra la gente.

Quasi tutte le persone immuni lo sono perché si sono infettate, ha affermato a Keystone-ATS Valérie D'Acremont, infettivologa presso Unisanté e professoressa all'Università di Losanna. Solo una cinquantina di partecipanti aveva in effetti già ricevuto il vaccino e per certi di loro l'organismo non ha nemmeno avuto il tempo di produrre gli anticorpi.

Quello che è particolarmente interessante è che, secondo quanto attesta lo studio, gli anticorpi sembrano rimanere per lungo tempo nel corpo dopo il passaggio della malattia. "Il 98% li aveva ancora, a volte anche a distanza di undici mesi dal contagio. È impressionante vedere la loro persistenza", ha aggiunto D'Acremont. L'esperta ha sottolineato come le reinfezioni siano molto poche.

Il tasso di infezione naturale - senza contare dunque i vaccinati - degli adulti fra i 20 e i 40 anni (27%) ora è solo leggermente superiore a quello registrato tra gli adolescenti (25%), mentre gli over 65 sono al 18%. Stando alla nota, ciò è dovuto probabilmente ai maggiori contatti fra generazioni avvenuti durante la seconda ondata, in particolare nel corso delle festività di fine anno.

Per gli autori dello studio, tale parziale immunizzazione, unita al programma di vaccinazione, dovrebbe permettere di impedire una terza ondata. Non vi è però da illudersi: da sola non può bastare per mettere una volta per tutte la museruola al coronavirus. Somministrare dosi di vaccini in maniera estesa, in primis ai più fragili, rimane indispensabile per raggiungere questo obiettivo.

La percentuale di immuni può tra l'altro variare sensibilmente da una regione all'altra. Ad esempio, si ritiene che in Romandia, dove l'epidemia ha colpito più duramente, sia più alta che altrove in Svizzera. A titolo di paragone, già lo scorso dicembre Ginevra ha annunciato che oltre un quinto dei suoi abitanti (22%) è stato trovato con gli anticorpi del Covid-19 nel proprio organismo.

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