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Coronavirus: vaccino Usa funziona nei macachi

Il vaccino nei macachi ha indotto la produzione e una potente attività degli anticorpi neutralizzanti, una rapida protezione nelle vie respiratorie e protetto da lesioni polmonari. KEYSTONE/EPA/CENTERS FOR DISEASE CONTROL AND PREVENTION HANDOUT sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 29 luglio 2020 - 13:56
(Keystone-ATS)

Sembra funzionare nei macachi il vaccino anti-Covid-19, sviluppato dall'azienda statunitense Moderna con l'Istituto nazionale per le malattie infettive (Niaid) degli Stati Uniti, diretto da Anthony Fauci.

Sperimentato in questi primati non umani, il vaccino ha indotto la produzione e una potente attività degli anticorpi neutralizzanti, una rapida protezione nelle vie respiratorie e protetto da lesioni polmonari, secondo i dati pubblicati sul New England journal of medicine.

Il 27 luglio il National Institute of Health, di cui il Niaid fa parte, ha annunciato l'avvio della fase 3 della sperimentazione di questo vaccino in 89 siti negli Usa su circa 30'000 volontari sani.

Il gruppo di ricercatori guidato da Barney S. Graham, il vicedirettore del Centro per la ricerca dei vaccini presso l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, ha somministrato ai macachi rhesus due dosi di vaccino a due diversi dosaggi e poi i macachi sono stati infettati con il virus. Quello sviluppato da Moderna è un vaccino ad Rna modificato.

I test hanno evidenziato la capacità del vaccino di indurre una marcata risposta immunitaria, con la produzione di anticorpi neutralizzanti in grado di contrastare il coronavirus.

"Oltre a questo, si è visto che il vaccino ha indotto la risposta delle cellule linfocitiche, che aggrediscono il virus e aiutano a produrre gli anticorpi, e che protegge da lesioni polmonari. Si tratta di dati positivi, il vaccino sembra funzionare bene", commenta all'agenzia di stampa italiana Ansa il virologo Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia e docente dell'università di Padova.

È bene però ricordare, nota Palù, che se anche questo vaccino fosse disponibile per novembre, in Italia "non verrebbe comunque somministrato su larga scala, cioè a tutti. Sarà infatti dato prima ai soggetti più a rischio, come medici e infermieri, in via sperimentale, come fatto con il vaccino per Ebola. Perché arrivi a tutti bisognerà aspettare altri 2-3 anni".

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