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Denise Graf, coordinatrice asilo della Sezione svizzera di Amnesty International.

KEYSTONE/TI-PRESS/BENEDETTO GALLI

(sda-ats)

Amnesty International chiede alla Svizzera un ripensamento riguardo alla concessione dell'asilo ai richiedenti eritrei.

La presa di posizione fa seguito alla sentenza odierna della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha respinto il ricorso di uno di loro non ravvedendo nella decisione elvetica di espulsione una violazione del divieto di tortura e "trattamenti inumani o degradanti".

"La Svizzera deve valutare, nel corso di una nuova procedura di asilo, se il servizio militare in Eritrea violi o meno il divieto del lavoro forzato e/o della schiavitù", afferma Denise Graf, coordinatrice asilo della Sezione svizzera di Amnesty International, citata in una nota.

Il giovane eritreo il cui ricorso è stato respinto oggi da Strasburgo aveva invocato solo l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, riguardante il divieto di tortura o maltrattamenti. La richiesta di Amnesty fa ora riferimento a un altro articolo, il quarto, riguardante il "divieto di schiavitù e lavori forzati". A suo avviso, infatti, l'eritreo in questione deve aspettarsi, in caso di rimpatrio, "di essere costretto a fare il proprio servizio militare e il servizio nazionale di durata indeterminata che inevitabilmente seguirà".

Nello stesso senso si esprime Fattore di protezione D, una coalizione di 95 ong in difesa dei diritti umani. La questione di un'eventuale violazione dell'articolo sul divieto di schiavitù rimane aperta - afferma - perché il richiedente asilo non l'ha sollevata davanti alle autorità svizzere. Egli potrà di conseguenza depositare una nuova domanda, invocando una violazione di tale divieto di fronte alla prospettiva di un servizio militare di durata indeterminata.

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SDA-ATS