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CPI: primo leader in carica a sbarra è vicepresidente Kenya

Era il dicembre 2007, le elezioni in Kenya appena celebrate con la contestata rielezione del presidente Mwai Kibaki, quando la Rift Valley si trasformò nel teatro di un cruento scontro tra gruppi etnici-politici, i Kalenjin e i Kikuyu, con un bilancio di 1200 morti e 600 mila famiglie deportate. Per quella scia di sangue oggi, per la prima volta nella sua storia, la Corte penale internazionale, ha aperto il dibattimento per un responsabile di governo in carica. Un banco di prova per la stessa Cpi e la sua capacità di perseguire i leader politici.

Il vicepresidente William Ruto, 46 anni, è volato da Nairobi all'Aja, con tifo politico al seguito, per dichiarasi innocente di fronte all'accusa di aver co-orchestrato quel bagno di sangue. "Non colpevole", ha risposto tre volte mentre gli venivano contestati i crimini: omicidio, persecuzione e deportazione. Poco distante la moglie e una figlia. Seduto vicino, un coimputato, Joshua arap Sang, lo speaker di una radio che avrebbe incitato alla violenza dai microfoni dell'emittente.

L'altro grande accusato, l'attuale presidente keniano, Uhuru Kenyatta, sarà invece processato separatamente, con la prima udienza fissata per il 12 novembre. Cinque anni fa Ruto e Kenyatta si trovavano su sponde politiche opposte e secondo il pubblico ministero Fatou Bensouda sarebbero stati proprio loro ad aver organizzato gli attacchi.

Ma se in Kenya l'opinione pubblica è spaccata e nei giorni scorsi il parlamento, in segno di protesta, ha minacciato di approvare un provvedimento per ritirare l'adesione del Paese alla Cpi, l'ex guida delle Nazioni Unite Kofi Annan, che allora mediò per riportare la pace, in un articolo pubblicato dal New York Times ha sottolineato come questi processi non siano un "assalto" alla sovranità dello Stato. Ma i "primi passi verso una pace sostenibile che i keniani desiderano profondamente".

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