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Credit Suisse si dichiara colpevole di aver cospirato per aiutare facoltosi clienti americani ad evadere le tasse e accetta di pagare 2,6 miliardi di dollari per chiudere l'indagine avviata dal Dipartimento di giustizia (DoJ). L'intesa, che pone fine ad annose controversie giuridiche, non implica la revoca della licenza bancaria e - per la Confederazione - esclude la trasmissione di dati sulla base del diritto di necessità.

Associazione per delinquere: questo il capo d'imputazione ammesso dalla banca, stando a un comunicato diffuso nella notte dallo stesso istituto. La società ha riconosciuto di aver fornito assistenza ai suoi clienti affinché presentassero dichiarazioni dei redditi non corrette.

Credit Suisse diventa così la prima banca negli ultimi 20 anni a dichiararsi colpevole di un reato negli Stati Uniti: l'ultima volta era infatti successo alla giapponese Daiwa Bank nel 1995. L'intesa - che per la precisione concerne Credit Suisse SA, entità bancaria svizzera del gruppo - arriva al termine di un'indagine durata anni e che vede implicati anche altri 13 istituti elvetici, la cui posizione rimane per il momento immutata. È anche un tangibile segno del cambiamento di marcia del DoJ, duramente criticato oltre Atlantico per aver trattato troppo con i guanti di velluto le banche dopo la crisi finanziaria del 2008.

"Questo caso mostra come nessuna istituzione finanziaria, qualunque sia la sua dimensione, è al di sopra della legge", ha affermato il ministro di giustizia Eric Holder in una conferenza stampa indetta in serata a Washington, la mezzanotte in Svizzera. "Credit Suisse ha cospirato per aiutare i cittadini americani a nascondere i propri attivi offshore al fine di evadere le tasse", ha sottolineato Holder, spiegando che centinaia fra dipendenti e manager della banca hanno avuto un ruolo nell'aiutare i ricchi americani ad aggirare il fisco. "Quando una banca è impegnata in una tale cattiva condotta, deve attendersi ci essere perseguita penalmente dal Dipartimento di giustizia".

Nel dettaglio, l'intesa prevede il pagamento di 2000 milioni di dollari per il Dipartimento di Giustizia statunitense (importo che tiene però anche conto dei 196 milioni già versati in febbraio alla Sec, l'autorità americana di vigilanza dei mercati finanziari), di cui un terzo destinato all'Internal Revenue Service (IRS, il fisco statunitense). Altri 715 milioni andranno al New York State Departement of Financial Services (l'agenzia dello stato della grande mela responsabile per la regolamentazione dei servizi finanziari) e 100 milioni alla Federal Reserve (la banca centrale americana). Il totale complessivo è quindi di 2815 milioni di dollari (2510 milioni di franchi), cui vanno tolti i 196 milioni già versati alla Sec, per una sanzione odierna di 2619 milioni di dollari.

A livello finanziario la batosta, per quanto già preannunciata da indiscrezioni nei giorni nei giorni scorsi, è notevole. Per il contenzioso Credit Suisse aveva accantonato una riserva di 892 milioni di franchi: l'impatto sui conti del secondo trimestre sarà perciò di 1618 milioni di franchi prima delle imposte, valore che scende a 1598 milioni dopo le tasse.

Credit Suisse non prevede per contro effetti sulle proprie licenze né un'influenza di rilievo sulle capacità operative o di business. E il gruppo vuole ora rapidamente voltare pagina. "Siamo molto rammaricati per i passati comportamenti scorretti che hanno portato a questo accordo", afferma il presidente della direzione Brady Dougan, citato nel comunicato. "La soluzione completa della questione è un importante passo avanti per noi", continua il CEO, aggiungendo che ora la società può dedicarsi al futuro e concentrarsi unicamente sull'attuazione della strategia.

Nella nota non vengono fatte menzione di eventuali conseguenze ai vertici dell'istituto, come invece richiesto da una parte del mondo politico. Per contro sia la Fed, sia New York State Departement of Financial Services richiedono il licenziamento di alcuni dipendenti.

La fattura presentata a Credit Suisse è molto più salata di quella con cui si è dovuta confrontare UBS, che nel febbraio del 2009 accettò di pagare una multa di 780 milioni di dollari per risolvere una vertenza analoga, senza peraltro dichiararsi colpevole. UBS consegnò inoltre i nomi di clienti sospettati di aver frodato il fisco USA.

Alla novità odierna ha già reagito anche il Consiglio federale. Il governo "accoglie favorevolmente" l'accordo, che permette di escludere l'applicazione del diritto di necessità, si legge in una nota. Per quanto concerne la trasmissione dei nomi dei clienti l'esecutivo federale ricorda che è disponibile la via dell'assistenza amministrativa. Dopo l'entrata in vigore del protocollo di modifica approvato dalla Svizzera nel 2012, ma ancora bloccato al senato statunitense, sono autorizzate anche le domande raggruppate per la sottrazione d'imposta.

Da parte sua la FINMA fa sapere che un'indagine sulle attività di Credit Suisse con clienti americani fra il 2000 e il 2008 ha permesso di constare che la banca ha gravemente mancato ai suoi obblighi di determinazione, limitazione e controllo dei rischi. L'istituto ha applicato le misure ordinate dall'autorità: ora il procedimento è stato archiviato senza altri provvedimenti nei confronti della banca.

Maggiori informazioni sull'intera vicenda saranno disponibili in giornata: alle 8.30 è prevista una teleconferenza con il CEO Dougan e il responsabile delle finanze David Mathers, mentre alle 9.30 la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf si presenterà ai media di Palazzo federale.

SDA-ATS