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Dopo duemila anni i cristiani sono spariti da Mosul, la seconda città dell'Iraq, conquistata il mese scorso dagli estremisti musulmani sunniti dello Stato islamico (Isis) che hanno scatenato una campagna di terrore contro le minoranze religiose non islamiche e i loro correligionari sciiti.

Le famiglie cristiane che erano rimaste a Mosul dopo l'arrivo dello Stato islamico, nonostante le discriminazioni e le minacce, si sono viste costrette a fuggire in seguito al monito lanciato ieri dai miliziani attraverso altoparlanti in tutta la città che ha dato loro tre possibilità: convertirsi all'Islam, pagare la Jiziya, cioè la tassa dovuta dalle minoranze non musulmane secondo gli antichi dettami islamici, o, appunto, andarsene.

A Mosul hanno lasciato le loro case e tutti i loro averi, che sono stati requisiti dai jihadisti. Mentre, secondo diversi testimoni, lungo la strada sono stati fermati ai posti di blocco dello Stato islamico, dove sono stati derubati anche del denaro e degli oggetti di valore che erano riusciti a portare con loro e delle loro auto.

Da anni ormai, dopo la caduta dell'ex regime di Saddam Hussein e le violenze interconfessionali che ne sono seguite, la comunità cristiana irachena è esposta al pericolo. Si calcola che dei circa 1,5 milioni di cristiani che vivevano prima nel Paese, ne siano rimasti meno della metà.

Frattanto, dal Vaticano il cardinale svizzero Kurt Koch ha dichiarato, in un un'intervista all'Osservatore Romano, che "dobbiamo essere più coraggiosi nel denunciare le persecuzioni nei confronti dei cristiani, perché oggi abbiamo più persecuzioni che nei primi secoli dopo Cristo".

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SDA-ATS