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BERNA - L'accordo UBS tra Berna e Washington è stato approvato oggi dal Consiglio degli Stati senza entusiasmo, ma con una confortevole maggioranza. La proposta di sottoporre lo spinoso dossier al referendum facoltativo è stata bocciata, ma rischia di infiammare nuovamente gli animi al Consiglio nazionale.
Dopo un dibattito-fiume durato quasi cinque ore, i "senatori" hanno accolto il controverso accordo con 31 voti contro 12 e 0 astenuti. Ma non è stato certo un "sì" euforico. Diversi oratori borghesi hanno infatti manifestato il loro scontento: "mi sono deciso per il male minore", ha affermato Maximilian Reimann (UDC/AG). "Inghiotto il rospo", ha detto Urs Schwaller (PPD/FR). "Mi sento obbligato a dire sì", ha dichiarato Philipp Stähelin (PPD/TG).
Alla fine l'ha spuntata il pragmatismo e il timore per la reazione statunitense qualora l'accordo venisse affossato. A nome della commissione della politica estera, Felix Gutzwiller (PLR/ZH) ha affermato che "una bocciatura dell'accordo avrebbe conseguenze nefaste per la reputazione della Svizzera, non solo nei rapporti con Washington, ma anche con altri partner economici".
Dick Marty (PLR/TI) ha invece puntato il dito non solo contro i manager "irresponsabili e avidi" di UBS rimasti impuniti, ma anche contro chi ha favorito l'evasione fiscale verso la Svizzera e contro coloro che si sono mostrati compiacenti con gli Stati Uniti in diverse circostanze.
La consigliera federale Eveline-Widmer Schlumpf non ha negato le responsabilità di UBS, ma ha anche difeso fermamente l'intesa, "nell'interesse di tutto il paese". "Uno Stato di diritto - ha detto - non può restare a guardare quando le sue leggi sono messe in discussione". La ministra di giustizia ha pure messo in guardia dalle conseguenze di un "no": "le nostre aziende avranno notevoli problemi negli Stati Uniti", ha ammonito.
La sinistra e la destra hanno condizionato il loro appoggio a diverse richieste, al fine di evitare situazioni analoghe in futuro. "L'accordo presenta diversi problemi, non capita spesso che uno Stato debba correre in soccorso di un'azienda che ha commesso atti illegali", ha osservato Alain Berset (PS/FR). Per questo - ha aggiunto - esigiamo che il Consiglio federale proponga misure concrete per limitare sia i bonus, sia i rischi derivanti dal fallimento di una banca di grande importanza per tutto il sistema economico.
Anche Hannes Germann (UDC/SH) ha auspicato una soluzione al problema del "too big to fail". Ha nel contempo caldeggiato una mozione che limiti le competenze del Consiglio federale in materia di trattati internazionali. Una presa di posizione del governo in materia è attesa per domani, quando si riunirà per la seduta settimanale.
Sì a effetto retroattivo, no a referendum facoltativoUna minoranza guidata da Eugen David (PPD/SG) ha cercato invano di fare entrare in vigore l'accordo soltanto per i futuri casi di grave evasione fiscale. "Creeremmo un precedente che all'estero verrebbe interpretato come un segnale di debolezza", ha osservato.
Ma la consigliera federale Widmer-Schlumpf ha respinto fermamente tale richiesta: "Allora tanto vale rinunciare a tutta l'operazione", ha affermato. "Non si tratta di modificare la legge a posteriori, ma di estendere la prassi nel quadro dell'attuale accordo di doppia imposizione". La sua posizione è stata appoggiata dai "senatori" per 32 voti contro 10.
Ha pure fatto discutere la richiesta di sottoporre l'accordo al referendum facoltativo. Berset (PS/FR) ha sottolineato come il parlamento abbia perso la sua libertà: "un accordo di tale portata non può essere concluso dal governo in solitaria".
Dick Marty ha definito tale richiesta "tirata per i capelli": l'intesa riguarda un numero limitato di casi e si basa sull'accordo di doppia imposizione del 1996 che non era sottoposto al referendum facoltativo, ha osservato. "Chi non vuole l'accordo - ha aggiunto - deve dirlo chiaramente". Un'argomentazione a cui si è associata anche Eveline Widmer-Schlumpf e che è stata sostenuta dal plenum con 27 voti contro 13.

SDA-ATS