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Alla fine la peggiore tra le 'bollè attese dai mercati è esplosa: il crollo delle Borse cinesi unito a quello del prezzo del petrolio ha travolto le piazze azionarie europee. "Bruciati" 411 miliardi di euro.

In una giornata nella quale si sono rivisti i fantasmi e le cadute dei tempi del fallimento di Lehman Brothers che certificò l'inizio della lunghissima crisi economica (con la Borsa di New York che ha ipotizzato la mai accaduta sospensione dell'indice S&P 500) le Borse europee hanno 'bruciatò 411 miliardi di euro. Ma tutto è iniziato in Oriente, con il petrolio ai minimi dal 2009 a giocare la sua parte.

Il fuso orario che fa chiudere le Borse cinesi in concomitanza all'avvio di quelle europee, con il nuovo crollo di Shanghai (-8,49% finale) e di Shenzhen (-7,83%), ha fornito tutti i presupposti di questo 'lunedì nerò. Ma con una considerazione: si tratta di una correzione pesante ma ovvia, dato che i mercati azionari sono da molti mesi ai loro massimi senza un fondamento nell'economia reale. Shanghai per esempio nelle ultime cinque sedute ha ceduto quasi il 20% e il 37% da metà giugno, quando però segnava il raddoppio della sua capitalizzazione rispetto solo a sei mesi prima.

La questione centrale è che gli operatori, su una Borsa sostanzialmente periferica come comunque quella cinese, di fronte alla fuga dei capitali stranieri si attendevano il solito massiccio e coordinato intervento del governo di Pechino attraverso le banche statali, da sempre 'costrettè a immettere liquidità per contenere le perdite. In queste giornate non è successo o è avvenuto con ritardi tali che hanno portato a vendite immediate da parte degli investitori. Secondo gli analisti potrebbe essere una scelta deliberata da parte di Pechino: dopo aver svalutato lo yuan, lascia che il mercato trovi il suo punto di equilibrio senza interventi esterni.

L'intervento degli Stati Uniti che chiedono alla Cina di aumentare la flessibilità dei tasso di cambio in maniera più rapida è arrivato molte ore dopo e il panico si è diffuso facilmente a tutti i Paesi emergenti, che allo stesso modo della Cina soffrono per l'uscita dei grandi fondi di investimento: sono crollate le borse di Mumbai (-5,2%) e Mosca (-4,9% l'indice Rts in dollari). E il problema riguarda anche le monete, con il rublo che cede oltre il 4% sul dollaro.

Altrettanto rapidamente sono state infettate tutte le Borse europee: a parte Atene che ha pagato oltre il 10%, la peggiore è stata Milano che ha perso quasi il 6% affossata da Eni, seguita da Parigi (-5,3%), Amsterdam (-5,2%) e Madrid (-5%). Non se la sono cavata molto meglio Francoforte (-4,7%) e Londra (-4,6%) mentre Zurigo ha provato a contenere le perdite con un calo finale del 3,7%. Dopo un avvio drammatico, Wall street è invece riuscita a portarsi vicina alla parità grazie anche alla scommessa che di fronte a una simile tempesta estiva la Federal reserve possa ritardare l'innalzamento dei tassi del dollaro.

E le autorità centrali servono, eccome. La dimostrazione è negli spread tra i titoli di Stato dei Paesi europei: in una giornata pesantissima sui mercati azionari i differenziali non si sono praticamente mossi, con quello tra Btp a 10 anni e Bund che ha chiuso a quota 131. Grazie di fatto a un solo elemento: la forte immissione di liquidità mensile secondo il piano di 'quantitative easing' della Bce voluto da Mario Draghi.

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SDA-ATS