BERNA - In Svizzera i protagonisti di drammi famigliari agiscono nei tre quarti dei casi con un'arma da fuoco: quasi la metà di queste sono private, circa un quarto sono d'ordinanza e il 28% ha un'origine non determinata. È quanto emerge da uno studio elvetico pubblicato alla fine di gennaio sull'"American Journal of Forensic Medicine and Pathology", citato ieri dalla "SonntagsZeitung".
La ricerca - fra gli autori figura il noto criminologo Martin Killias - ha analizzato tutti i 75 fatti di sangue fra congiunti conclusisi poi con un suicidio, avvenuti fra il 1981 e il 2004 in dieci cantoni romandi e della Svizzera centrale.
Gli autori degli omicidi sono nell'88% dei casi uomini (la categoria più rappresentata è quella compresa fra i 30 e 40 anni di età), mentre circa i due terzi delle vittime sono donne. L'oggetto numero uno su cui si concentra la violenza è la moglie, seguito a forte distanza dai figli maschi. Figlie, compagne e madri sono invece prese di mira raramente. Nei due terzi dei casi gli autori dei drammi famigliari si uccidono con un'arma da fuoco: il secondo metodo più utilizzato è quello dell'impiccagione.
L'autrice principale dello studio, la dottoressa Silke Grabherr, giunge alla conclusione che l'accesso agevolato alle armi favorisca questo tipo di drammi. Particolarmente interessante a livello politico è la questione dell'impiego di pistole e fucili d'ordinanza nell'ambito della violenza domestica: a questo proposito secondo la "SonntagsZeitung" la ricerca fornisce le prime cifre attendibili. Il tema è al centro dell'iniziativa "Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi", attualmente all'esame del Consiglio federale.

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