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Egitto: bordelli per mettere fine a violenze settarie?

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 febbraio 2012 - 17:27
(Keystone-ATS)

Riaprire le case chiuse in Egitto come "cura" contro gli scontri confessionali. È questa la proposta di Sayyed Abd al-Wahid, avvocato egiziano della Cassazione, il quale ha annunciato che presto presenterà alle autorità del Cairo una richiesta in tal senso.

Citato dal quotidiano 'El Fagr' il legale ha fatto sapere che intende chiedere il ripristino della legge sulle case di tolleranza del 1885, quando l'Egitto si trovava sotto protettorato britannico, la quale permetteva a chiunque di aprire un bordello con una licenza rilasciata dallo Stato della durata provvisoria di tre mesi, nel corso dei quali le autorità effettuavano i dovuti controlli sull'idoneità del luogo e sulle ragazze impiegate.

"La maggior parte dei problemi confessionali cui si assiste in Egitto di recente è causato dal sesso, e non dalla religione", ha spiegato Abd al-Wahid, sottolineando che "l'appartenenza confessionale, che sia cristiana o islamica, è solo una copertura per sfogare l'istinto sessuale". Senza contare che "la presenza di case chiuse nel rispetto della legge permetterebbe allo Stato di tenere sotto controllo eventuali malattie delle prostitute che vi lavorano".

In questo modo "il problema della sessualità nei giovani si risolverebbe senza intoppi", oltre al fatto che "la prostituzione ufficiale esiste in molti Paesi islamici, tra cui la Turchia". Ciò permetterebbe di "ridimensionare le problematiche che derivano da un divieto del sesso", ha aggiunto l'avvocato, il quale si è detto "consapevole" del fatto che "l'idea può essere scioccante per qualcuno".

Ma secondo Abd al-Wahid, il fine giustifica i mezzi. "Se ci pensiamo bene - ha concluso - in questo modo si chiuderebbe la porta al fanatismo e alla violenza".

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