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Un'inquietante impennata di violenza, con almeno 51 persone uccise al Cairo in scontri tra seguaci della Fratellanza musulmana ed esercito, ha segnato oggi la crisi egiziana, sempre più pericolosamente avvitata su se stessa e col movimento islamico che ha invocato una "sollevazione" popolare.

Il presidente ad interim Adli Mansur ha dal canto suo invitato le piazze alla calma, ma dall'università al Azhar, la massima carica musulmana sunnita del Paese, si è evocato il pericolo che un prolungato vuoto istituzionale possa contribuire a far degenerare gli episodi di sangue, gravi ma ancora circoscritti, in una "guerra civile" su più ampia scala. Contrastanti sono le versioni fornite dalle autorità del Cairo e dalla Fratellanza musulmana su quanto avvenuto stamani vicino alla sede della Guardia Repubblicana e nei pressi della moschea di Rabaa al Adawiya, dove da giorni sono riuniti i sostenitori del deposto presidente Mohammed Morsi, in stato di arresto in un luogo ancora non ufficialmente identificato.

Il movimento islamico afferma che i suoi seguaci sono stati attaccati dai militari mentre si apprestavano a eseguire la preghiera dell'alba nel sit-in, simbolo della protesta contro quel che i Fratelli definiscono "un golpe militare". Il movimento islamico sostiene che nel raid di piazza sono morti almeno 53 manifestanti tra cui donne e bambini. I seguaci della Fratellanza hanno pubblicato su Internet immagini delle presunte vittime, ma l'autenticità delle foto è contestata dalle autorità e da altri attivisti egiziani.

Secondo le forze armate un non meglio precisato "gruppo terroristico" ha invece lanciato un "attacco a tradimento" contro la sede della Guardia Repubblicana, dove si crede sia detenuto il presidente Morsi. Il bilancio ufficiale è di 51 morti, tra cui un ufficiale e due poliziotti. E di 453 feriti, tra cui 40 coscritti. Le forze armate affermano inoltre di aver arrestato circa 200 persone armate di bottiglie incendiarie, armi da taglio e da fuoco.

La tv di Stato, allineata sulle posizioni dell'esercito, ha mostrato a lungo e a ripetizione, immagini di "seguaci della Fratellanza musulmana" con pistole e fucili automatici. Il presidente Adli Mansur ha ordinato l'apertura immediata di un'inchiesta sul massacro odierno. Ma il partito Giustizia e Libertà, dei Fratelli musulmani, ha invece chiesto alla "comunità internazionale" di intervenire "perché vengano fermati i massacri" e "perché si eviti che l'Egitto si trasformi in una nuova Siria", in riferimento alle violenze in corso da più di due anni nel Paese mediorentale.

Lo shaykh Ahmad at Tayyeb, rettore di al Azhar, istituzione tradizionalmente allineata col potente di turno, ha emesso un comunicato in cui avvalora la versione ufficiale dei fatti, ma al contempo mette in guardia dalla minaccia dello scoppio di una guerra civile. Osservatori locali sperano che l'inizio dopodomani di Ramadan, il mese islamico del digiuno, possa contribuire ad allentare la tensione tra i fronti rivali. E lasciare così che le discussioni politiche riprendano il suo ruolo da protagonista: dopo il massacro odierno, il partito Nur salafita, che a fine giugno aveva appoggiato la deposizione di Morsi, ha deciso di ritirarsi dalle consultazioni per la formazione del governo di unità nazionale.

Sembra dunque tramontare l'ipotesi di creare un governo di larghe intese, anche perché il partito Nur si è opposto alla candidatura a premier sia di Muhammad al Baradei, esponente del Fronte di salvezza nazionale (piattaforma di laicisti, progressisti e nasseriani) sia dell'economista Ziad Baha ad Din.

In serata, nei luoghi delle proteste e degli scontri l'atmosfera rimane ancora tesa, così come rimane assai difficile la mobilità attraverso i principali ponti sul Nilo. Ma nelle altre zone della capitale la situazione sembra sotto controllo, con un visibile dispiegamento di militari e blindati in alcuni luoghi sensibili della città.

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SDA-ATS