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La popolazione svizzera ha un sentimento decisamente positivo nei confronti dell'esercito e della neutralità elvetica. Molto elevato è anche il desiderio di autonomia: è infatti ai minimi storici il consenso verso un'adesione all'UE. È quanto emerge dallo studio "Sicurezza 2014" del Politecnico federale di Zurigo (ETH).

Lo studio, pubblicato a frequenza annuale dal 1991, conferma l'importanza della neutralità elvetica, che raccoglie sempre maggior sostegno (96%, addirittura 99% tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni), ha detto in una conferenza stampa a Berna Tibor Szvircsev Tresch, docente di sociologia militare presso l'Accademia militare (ACCAMIL) dell'ETH e responsabile della ricerca. Per gli svizzeri la neutralità costituisce un elemento di consolidamento dell'identità, indissolubile dallo Stato elvetico stesso.

Sempre forte anche l'attaccamento all'obbligatorietà del servizio militare: il consenso nei confronti di questo modello è in costante aumento dal 2012 ed ha raggiunto ora quota 61% (+5 punti); mentre solo un terzo degli intervistati appoggia l'idea di un esercito di professionisti (33%, -4 punti)

Riguardo alla politica di difesa, l'80% (+8 punti) degli interpellati ritengono che l'esercito sia necessario. Il 70% auspica che le forze armate siano ben equipaggiate e istruite, valore questo che nel confronto pluriennale si situa tuttavia tra i livelli più bassi. In generale la popolazione si dice piuttosto soddisfatta dell'esercito (6,3 punti su una scala da 1 a 10). Il 49% (+5 punti) ritiene il livello dei compiti di difesa adeguati, mentre solo il 9% vorrebbe un incremento.

Il 64% degli interpellati reputa che in caso di guerra "la Svizzera non sarebbe in grado di difendere se stessa", il 52% auspica "un esercito che sia in grado di difendere il paese da solo e senza aiuti esterni". Il 26% della popolazione ritiene infine che attualmente "non ha senso" mantenere un proprio esercito.

In sintesi, risulta che gli svizzeri si sentono sicuri (90%, di cui il 32% "molto sicuro" e il 58% "piuttosto sicuro") e guardano con ottimismo al futuro del paese 70% ha aspettative "piuttosto ottimiste" e 10% "molto ottimista"). Solo un numero limitato di persone teme un peggioramento della situazione politica mondiale, mentre per la maggior parte ritiene che le cose rimarranno nella normalità (51%) e il 7% reputa che "lo sviluppo sarà tendenzialmente migliore e più disteso".

In generale la popolazione svizzera si sente poco minacciata: i principali rischi (valutati su una scala da 1 "nessuna minaccia" a 10 "forte minaccia") vengono identificati con i settori della protezione dei dati (5,7 punti), della natura (5,0), dell'ambiente (4,9), del mercato del lavoro (4,9), della sicurezza e della coesione sociale (4,6) e del reddito (4,5).

Tra le forme di minaccia percepite come probabili (sempre valutate in base a una scala da 1 a 10), ai primi posti figurano i cyberattacchi (5,4 punti), sull'onda della recente vicenda della NSA, delinquenza e criminalità (5,1), criminalità organizzata (4,9), migrazioni (4,8), traffico di droghe (4,6) e conseguenze incontrollate delle nuove tecnologie (4,5). È "al di sotto della media" il timore di attacchi terroristici (3.8) e di conflitti violenti (3,8). Qui, sottolinea Tresch, si nota che la crisi Ucraina è intervenuta in seguito: se si procedesse ora a un rilevamento vi potrebbe essere un incremento del sentimento di minaccia militare, ma in maniera lieve.

Per quanto riguarda la fiducia della popolazione nelle istituzioni, in cima alla classifica, come già in passato, risultano la polizia (7,5 punti nella scala da 1 a 10), la giustizia (7,0), l'economia (6,9) e il Consiglio federale (6,7). Seguono poi Parlamento ed esercito (6,4) e, fanalini di coda, i partiti politici (5,5) e i media (5,2). In generale, rileva lo studio, "la fiducia attualmente rilevata si situa sensibilmente al di sopra della media pluriennale dei valori".

Il desiderio di autonomia è sempre più diffuso tra la popolazione: il consenso nei confronti di un'eventuale adesione all'Ue (17%) è ai minimi storici (17%), mentre il 34% (-2 punti rispetto al 2013) auspica un avvicinamento. Quattro persone su cinque ritengono per contro importante un'intensa collaborazione economica con l'Ue e un impegno più marcato a livello internazionale. Il 73% vede di buon occhio un ruolo più attivo del paese per quanto concerne le conferenze internazionali, il 70% per l'attività di mediazione in caso di conflitti.

Dall'adesione all'ONU si riscontra in Svizzera un atteggiamento prevalentemente positivo nei confronti di quest'organizzazione: il 63% (-2 punti) chiede una partecipazione attiva del paese nelle questioni di competenza dell'ONU. Il 59% (-4 punti) auspica un seggio in seno al Consiglio di sicurezza.

L'istituto Isopublic, su incarico dell'Accademia militare e del Center for Security Studies dell'ETH, ha interrogato lo scorso gennaio telefonicamente 1200 aventi diritto di voto di tutte le regioni linguistiche: 52 i ticinesi interpellati. Il margine di errore è di tre punti percentuali. Il sondaggio è stato quest'anno leggermente anticipato rispetto alla consuetudine per evitare eventuali effetti del voto sull'iniziativa UDC contro l'immigrazione di massa e sul finanziamento dei Gripen, ha precisato Tresch. Per contro, se si procedesse ora all'inchiesta alcuni dati sarebbero sicuramente diversi, in particolare in seguito alla crisi Ucraina.

SDA-ATS