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Quarantamila l'anno: tanti sono gli immigrati irregolari che sbarcano in media sulle coste europee, per un totale di oltre 620'000 dal 1998 ad oggi. Lo afferma una ricerca dell'Istituto universitario europeo di Firenze, che dà conto anche del numero più drammatico: quello dei morti, più di 30 ogni mille persone che si imbarcano, con una mortalità in continuo aumento dal 2001 ad oggi.

Le cifre pongono con urgenza una domanda: "Gli stati europei devono rivedere drasticamente le loro politiche sull'immigrazione e il diritto d'asilo per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo?". Non del tutto, sostengono i ricercatori. Che però, nello stesso tempo, sottolineano che molto c'è ancora da fare per interrompere l'ecatombe nelle acque mediterranee. E il primo passo è una riflessione seria su alcuni elementi di base per inquadrare meglio il fenomeno.

"Le tratte clandestine per via marittima - si legge nello studio - non sono niente di nuovo. Dal 1998 al 2013, 623.118 migranti sono arrivati in Europa via mare in maniera irregolare. Il 2013, con i suoi 39.420 arrivi non rappresenta che un "anno medio". Numeri in realtà trascurabili "se comparati col milione e mezzo di immigrati" ammessi ogni anno nei paesi dell'Ue.

Una novità tuttavia c'è. Ed è negativa: il tasso di mortalità è aumentato progressivamente dal 2001 (quando era al 10 per mille) in poi, rendendo la rotta marittima verso l'Europa "la più pericolosa al mondo". Un tragico incremento attribuito fra altro ad una maggiore sorveglianza nel mare da parte degli stati membri, sorveglianza che ha provocato una diversificazione delle rotte dei migranti, obbligati a sceglierne di sempre più lunghe e pericolose.

Tra il 2008 ed il 2013 le nazionalità più rappresentate negli sbarchi sono state quella tunisina (dopo il 2011), eritrea, nigeriana, somala, siriana, afghana, ghanese e maliana.

Nella stragrande maggioranza dei casi, dunque, i migranti intercettati o morti nel Mediterraneo provengono dall'Africa sub-sahariana o dall'Asia, e da paesi in cui prendere contatto con le ambasciate occidentali (quando presenti) per richiedere asilo politico o i visti migratori è estremamente pericoloso. L'effetto paradossale è così che proprio coloro i quali avrebbero maggiormente diritto allo status di rifugiati sono costretti ad affidarsi ai trafficanti di uomini.

Per spezzare questo cortocircuito, sempre secondo lo studio, l'Europa può agire su più fronti: per esempio, rafforzando la propria presenza nei paesi di primo asilo e lavorando per aumentare le capacità di asilo dei paesi terzi.

Ma se prevenire è senz'altro meglio che curare, nondimeno la questione dei respingimenti rimane aperta. Richiamando una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (febbraio 2012), i ricercatori scrivono: "Le persone intercettate o salvate in mare possono essere rinviate al punto d'imbarco solo dopo avere dato loro la possibilità di contestare questa decisione davanti alle autorità dello Stato membro".

L'impossibilità di garantire questo diritto a chi si trova ancora in alto mare pone un altro, spinoso interrogativo: in quale Stato far sbarcare gli irregolari? La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede lo sbarco sulle coste del paese più vicino. Proposta ovviamente accolta con una "levata di scudi" da parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

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SDA-ATS