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Il desiderio di "autodeterminare la fine della vita è una questione di interesse generale", quindi i tribunali nazionali devono "esaminare nel merito" i quesiti legati a quel desiderio. Lo stabilisce la Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha condannato la Germania per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare di Ulrich Koch, marito di una tedesca costretta al "viaggio della morte" in Svizzera dopo il 'no' all'autorizzazione ad acquistare una medicina letale.

Con la sentenza emessa oggi la Corte europea ha quindi riconosciuto lo "status di vittima" al vedovo, che ha presentato ricorso davanti ai tribunali tedeschi in tutti i gradi di giudizio, contro la decisione dell'Istituto federale per i farmaci di negare a sua moglie - B. K., quasi totalmente paralizzata - il medicinale che le avrebbe permesso di suicidarsi senza soffrire. Nella sentenza, rigettando le tesi del governo tedesco, i giudici sottolineano che - in quanto sposato da 25 anni e dato il suo coinvolgimento diretto nella realizzazione del desiderio della moglie di mettere termine alla sua vita - Ulrich Koch "può rivendicare di essere stato direttamente colpito dal rifiuto dell'Istituto federale".

La Corte tuttavia non ha accettato, sposando così la tesi del governo e confermando la sua giurisprudenza, che Ulrich Koch potesse fare ricorso anche per una violazione dei diritti della moglie, che nel frattempo lui aveva accompagnato in Svizzera per commettere il suo suicidio assistita dall'organizzazione Dignitas.

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SDA-ATS