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Nel G20 di Shanghai, città-modello di una Cina che tirava l'economia mondiale e ora tira il freno, ministri e governatori delle grandi economie hanno dovuto evocare l'ultimo baluardo della crescita, la spesa pubblica, come deterrente per i rischi che spuntano ovunque.

"La ripresa globale continua" anche se è al di sotto di quanto vorremmo, recita il comunicato finale al termine di due giorni di incontri. Ma abbondano i rischi: al crollo del petrolio, alla fuga di capitali proprio dalla Cina, alle tensioni geopolitiche si aggiungono ora la crisi dei rifugiati nel Mediterraneo, e l'eventuale 'Brexit' che sarebbe uno "shock" - dice così il G20 - per l'economia globale. E dunque, accanto alle dichiarazioni rassicuranti, è lo stesso comunicato finale dei Venti a riconoscere che "ci sono preoccupazioni crescenti per il rischio di un'ulteriore revisione al ribasso delle prospettive economiche globali". Ed è Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, a riconoscere che questo G20 è arrivato "in un momento in cui l'incertezza e le aumentate pressioni al ribasso potrebbero mettere a rischio la ripresa economica globale".

Normale: Usa, Europa e Cina vengono del resto da una ciclo di espansione economica durato anni. Ma è una situazione che preoccupa perché il debito mondiale, innesco della grande crisi del debito del 2009, è nel frattempo lievitato a nuovi record. E perché la crescita è avvenuta anche al costo di politiche espansive delle banche centrali senza precedenti, che potrebbero lasciare i rispettivi governatori con poche cartucce.

"Useremo tutti gli strumenti, monetario, di bilancio e strutturale (riforme) - individualmente e collettivamente - per raggiungere l'obiettivo" di rafforzare la ripresa, promette il G20 nel comunicato finale. Con tassi d'interesse ormai negativi in Paesi che rappresentano ormai quasi la metà del Pil del G20, è chiaro che le banche centrali stanno facendo molto.

La Bce di Mario Draghi (che a Shanghai non ha concesso uscite pubbliche) promette di dimostrare il 10 marzo che farà ancora; la Fed sta già facendo dietrofront sui rialzi dei tassi messi in calendario per quest'anno; la banca centrale cinese promette (pressata dagli Usa) di agire ma senza fare svalutazioni competitive; il Giappone è non solo in iper-espansione monetaria ma sta anche facendo svalutazioni competitive (a dispetto dell'impegno del G20 a non farle oggi ribadito) così plateali da far dire al presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che c'è "qualche preoccupazione".

Se è difficile evitare fughe in avanti delle banche centrali, non è facile neanche coordinare i governi: il Fmi e l'Ocse non hanno nascosto delusione per il rallentamento sul piano delle riforme strutturali. E poi c'è l'impegno a una "politica di bilancio flessibile" per una spesa pubblica favorevole alla crescita incentrata sugli investimenti. Salvo poi procedere in ordine sparso, con Londra che annuncia tagli, Tokyo che aumenta l'iva, e Berlino che frena sia sull'interventismo della Bce che sulla disponibilità a finanziare la ripresa (non c'è una vera e propria crisi, dice il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble) allentando il risanamento dei conti pubblici.

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SDA-ATS