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TORONTO - Tutti d'accordo sulla necessità di una crescita 'sostenibile, robusta ed equilibrata'. Ma lontani sulle 'ricette' per centrare l'obiettivo. Il G20 di Toronto - e prima il G8 in programma da stasera - che nel week end vedrà seduti intorno al tavolo i grandi della terra che rappresentano il 90% del Pil mondiale, si apre con molti nodi da sciogliere. Ed il rischio che si concluda con un nulla di fatto.
Nella citta' canadese i Grandi del Pianeta si presenteranno infatti con molte posizioni diverse. E altrettanto diverse esigenze. A fronte di un quadro, quello dell'economia mondiale, che appare a 'macchia di leopardo' con il fronte dei paesi emergenti che sta tirando la 'ripresa' (con tassi di crescita che viaggiano sul 6-10 per cento) e con il blocco degli industrializzati che, invece, segna il passo con tassi di crescita piu' lenti e contenuti.
E, quindi, con diverse esigenze di 'interventi e misure'. Ma non solo. Anche tra le economie mature le posizioni non sembrano affatto compatte. A cominciare da chi - e' il caso dell'America di Obama - chiede piu' stimoli all'economia, anche in vista della riduzione del debito, e chi - come l'Europa e soprattutto la Germania della Merkel e la Francia di Sarkozy - punta piu' sul risanamento dei bilanci ed il consolidamento dei conti con in tasca politiche di austerity.
L'agire con determinazione - in modo coordinato e collettivo - per una crescita resta il leit motive della riunione, ma le 'policy' per assecondare la ripresa sembrano seguire strade diverse. E incontrare divergenze. Come nel caso della tassa sulle banche o le transazioni finanziarie. Necessarie, secondo molti, a spostare il peso della crisi anche sul settore finanziario, riequilibrando il debito pubblico con quello privato. Ma che vede pero' - al di la' dei vari distinguo all'interno dell'Ue e da una parte all'altra dell'oceano tra vecchio continente e Usa - il fronte del 'no' degli emergenti, Cina, Brasile in prima linea. Sul tema gli sherpa sono da settimane al lavoro ma tutto e' ancora aperto ed è difficile - fanno notare osservatori vicini al dossier - ''che passi''.
Sullo sfondo restano poi i temi 'tradizionali' affrontati dagli ultimi quattro G20 - quelli focalizzati sulla crisi - come il nodo del rafforzamento del capitale delle banche e della liquidita' per garantire il credito, la riforma dei mercati dei derivati. E, ancora, una riforma delle Ifi (le istituzioni finanziarie internazionali). A cominciare dall'Fmi per il quale, da tempo, è aperto il confronto per un rafforzamento, sia in termini di risorse sia di governance anche con l'allargamento ai paesi emergenti. Passando poi al ruolo ed il collegamento con l'Fsb, il financial stability board guidato dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Fino ad arrivare alle regole di Basilea. Senza dimenticare anche il tema del protezionismo e quello della lotta ai paradisi fiscali per i quali si potrebbe tornare a sottolineare - nel corso del G20 - la necessita' di un rafforzamento dei controlli e nuovi monitoraggi da parte dell'Ocse (tutti i paesi della vecchia grey list sono ormai fuori e c'e' bisogno di un nuovo 'check' della situazione).
Toronto rischia così - almeno dai segnali della vigilia - di rompere il fronte della compattezza che aveva visto i Grandi a Londra tutti d'accordo contro i paradisi fiscali e l'aumento delle risorse all'Fmi. Ed a Pittsburg trovare un accordo sulle basi per tentare un'intesa contro le speculazioni.

SDA-ATS