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L'82enne aveva previsto di morire con Exit il 18 ottobre scorso, ma due dei suoi fratelli - secondo i quali egli soffriva di depressione e non era in fin di vita - lo avevano fermato nel suo intento con un'azione giudiziaria (foto simbolica d'archivio).

KEYSTONE/ALESSANDRO DELLA BELLA

(sda-ats)

Continua ad avere strascichi in giustizia la vicenda di un ultraottantenne ginevrino, poi suicidatosi da solo, al quale due fratelli minori hanno impedito il ricorso alla sezione romanda di Exit, organizzazione di assistenza al suicidio.

I due hanno inoltrato ricorso contro la decisione di non entrare in materia del Ministero pubblico, che doveva esaminare una querela penale per omissione di soccorso.

L'82enne aveva previsto di morire con Exit il 18 ottobre scorso, ma due dei suoi fratelli - secondo i quali egli soffriva di depressione e non era in fin di vita - lo avevano fermato nel suo intento con un'azione giudiziaria.

In un'udienza il 24 ottobre al Tribunale civile di Ginevra, il loro avvocato aveva tra l'altro chiamato in causa l'allentamento dei criteri per l'assistenza al suicidio deciso da Exit nella sua assemblea generale del 2014: l'associazione presta ormai assistenza anche alle persone colpite da "pluripatologie invalidanti legate all'età", e ciò non corrisponderebbe alle norme dell'Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM), secondo cui il paziente deve essere in fin di vita imminente.

Secondo il legale di Exit le regole dell'ASSM non sarebbero invece applicabili, in quanto non vincolanti: nel caso in esame, l'assistenza al suicidio non è dunque illecita. Di conseguenza aveva invece chiesto alla Corte di respingere la denuncia, mettendo anche in dubbio la legittimità dei due fratelli a intervenire per impedire la morte del parente.

Il Tribunale civile aveva previsto di rendere nota la sua decisione entro tre mesi, e nel frattempo era mantenuto il divieto imposto a Exit di fornire la pozione letale all'ottantenne.

L'anziano ha poi messo fine ai suoi giorni da solo l'11 novembre del 2016. Dopo il suo decesso, i fratelli si sono rivolti nuovamente alla giustizia con una querela penale contro Exit per omissione di soccorso, poiché - ha spiegato il loro legale - quest'ultima non propone cure alternative alla morte, "quali ad esempio un'assistenza psicologica, oppure un ricovero in ospedale".

Querela sulla quale il Ministero pubblico il 16 maggio ha deciso di non entrare in materia, scartando ogni omissione di prestare soccorso.

Secondo quanto è venuta a sapere oggi l'ats, il 29 maggio i due fratelli hanno inoltrato ricorso contro la decisione del Ministero pubblico, ricordando che il vicepresidente di Exit il 2 novembre aveva dichiarato a L'Illustré di essere "sicuro" che l'anziano si sarebbe suicidato "nei giorni a venire". Di conseguenza c'è stata omissione di soccorso. A loro parere si è trattato di "un movente egoista per salvare la faccia" dell'associazione dopo il divieto pronunciato dalla giustizia.

Mentre il caso ginevrino continua ad avere strascichi legali, la sezione svizzero tedesca di Exit discuterà nell'assemblea generale di metà giugno sull'eventualità di ampliare il proprio campo d'azione, come ha fatto quella romanda. Secondo i domenicali SonntagsZeitung e Le Matin Dimanche, si vorrebbe permettere il suicidio assistito anche a persone anziane che sono in forma fisicamente ma che sono stanchi di vivere.

D'altro canto, il parlamento neocastellano ha adottato in marzo una iniziativa cantonale che chiede alle Camere federali di esaminare le basi legali per l'assistenza al suicidio. Secondo il Verde Laurent Kaufmann, autore del testo, si tratta di precisare il quadro nel quale operano le associazioni attive in questo campo, quali Exit e Dignitas, che stabiliscono le proprie regole.

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SDA-ATS