Contenuto esterno

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Un momento della protesta degli Indiani d'America

Keystone/AP/MANUEL BALCE CENETA

(sda-ats)

A colpi di tamburi e di antichi gridi di guerra, si sposta dalle praterie alla Casa Bianca la battaglia degli indiani d'America contro la decisione dell'amministrazione Trump di riavviare la costruzione del Dakota Access e Keystone XL.

Si tratta dei due oleodotti che erano stati bloccati da Obama sull'onda delle proteste indigene e degli ambientalisti.

Migliaia di indiani, molti con i visi colorati, i copricapi piumati e i tradizionali abiti di pelle, hanno invaso la capitale per quattro giorni trasformando il Mall in un accampamento animato da falò notturni e sfilando oggi nelle vie della città sino alla residenza del presidente.

La marcia, ribattezzata 'Native Nations March on Dc', è partita dalla sede del Genio Civile e si è snodata lungo un percorso di circa tre chilometri, poco dopo una debole nevicata. "E' una marcia contro l'ingiustizia, continueremo la nostra protesta pacifica. Le popolazioni indigene non possono sempre essere messe da parte a vantaggio degli interessi aziendali o dei capricci del governo", ha detto all'ANSA Dave Archambault, rappresentante della tribù Sioux Standing Rock, la più famosa tribù indiana del Nord America, che ha guidato tutte le altre nel corteo. "Siamo venuti qui contro l'aggressione alle nostre risorse naturali, contro la profanazione della sacralità delle nostre terre, dove sono sepolte generazioni di nostri antenati che vi hanno vissuto cacciando i bisonti", ci spiega Ahiga, che indossa un copricapo di piume gialle e nere.

"Gli oleodotti sono un rischio, in caso di incidente potrebbero inquinare le nostre falde acquifere", gli fa eco Macawi, un'anziana Sioux che esibisce un cartello con la scritta "Water is life". Molti se la prendono direttamente con Trump: "Ha firmato l'ennesimo esproprio contro gli indiani d'America, come fece Andrew Jackson", accusa Kohana, evocando il famigerato 'Indian Removal act' del settimo presidente (democratico) americano.

E che il segretario di Stato Rex Tillerson, come annunciato oggi, si asterrà da ogni decisione per evitare conflitti di interesse essendo stato il numero uno della Exxon Mobil, importa poco: "Tanto tutto è già deciso al livello più alto", commenta un ecologista arrivato dal Dakota.

Nel fiume di folla pacifico, alimentato da molti attivisti, spunta anche un lungo e grande serpente nero, simbolo della 'pipeline' oggetto della protesta: "Violare l'ambiente avvelena l'uomo", ammonisce uno dei nativi che lo tiene sospeso in aria.

Tra chi segue per lavoro la manifestazione ci sono anche due italiani, Andrea Bancone ed Elisabetta Abrami, che stanno girando un documentario per la New York Film Academy (grazie al progetto Torno Subito della Regione Lazio): con loro c'è anche la protagonista, una donna nativa americana veterana dell'Us Army (Iraq, Afganistan), che lotta contro le sue paure per ritrovare di nuovo conforto nel mezzo di un conflitto tra la sua patria americana ed il suo popolo nativo.

La marcia fa capolino davanti alla Casa Bianca, dove i manifestanti proseguono i rulli di tamburi e danno vita a danze tipiche prima di un comizio finale, mentre Trump è chiuso nello studio ovale a telefonare ad Abu Mazen. Probabilmente non sente il rumore della protesta ma ormai lui la sua decisione l'ha presa, convinto che gli oleodotti portino nuovi posti di lavoro e rafforzino l'indipendenza energetica del Paese. I Sioux e le altre tribù però hanno deciso di restare sul piede di guerra, dopo un braccio di ferro di quasi un anno costato loro arresti, scontri e denunce.

Neuer Inhalt

Horizontal Line


subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

swissinfo IT

Unitevi alla nostra pagina Facebook in italiano

SDA-ATS