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Dopo il voto del 2015 e il referendum che ha decretato la Brexit nel 2016, i sudditi di Sua Maestà sono tornati alle urne.

KEYSTONE/AP/ALASTAIR GRANT

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Il Regno Unito ha parlato, per la terza volta in tre anni.

Dopo il voto del 2015 e il referendum che ha decretato la Brexit nel 2016, i sudditi di Sua Maestà sono tornati alle urne - in un clima di sorveglianza blindata, sulla scia dei recenti attacchi di Manchester e Londra - per le elezioni anticipate volute da Theresa May con un solo obiettivo: accrescere la maggioranza Tory in Parlamento per avere le mani libere nei negoziati con l'Ue e su tutti i dossier che incombono, dalle incognite sull'economia all'allarme terrorismo.

Per la premier conservatrice c'era da tenere a bada il tentativo di rimonta del Labour di Jeremy Corbyn, vittima sacrificale della sfida nei pronostici, ma capace di condurre a 68 anni una campagna frizzante, con una versione rinnovata del suo programma da vecchio socialista, e di risvegliare entusiasmi sopiti fra giovani e meno fortunati. Dalle ultime indicazioni dovrebbe avercela fatta, forse grazie all'accelerazione finale sugli slogan da 'donna forte': decisa da un lato a garantire "gli interessi nazionali" britannici al tavolo con Bruxelles nell'ambito di una Brexit senza se e senza ma; dall'altro a rispondere al terrorismo con "una guerra" senza quartiere, anche al prezzo di abolire qualche tutela dei diritti umani.

Ma la portata di questa vittoria annunciata, se di vittoria si tratterà, dipende ora tutta dai numeri, in un Paese le cui divisioni il voto non pare poter sanare: né tra ricchi e poveri ("i pochi e i molti", nel messaggio laburista); né tra chi vuole la Brexit e chi non l'avrebbe voluta e almeno la vuole 'soft'; né tra le varie sue nazioni (in primis Scozia e Inghilterra) o all'interno di esse.

La 60enne May, per uscirne bene, non può che portare a casa più voti, e più seggi, di quanti ne riuscì a racimolare nel 2015 David Cameron. Per non far saltare il banco deve uscire almeno il 332: qualcosa di meglio, insomma, dei 331 deputati su 650 che i Conservatori avevano nella precedente Camera dei Comuni. Sotto i 326 sarebbe invece notte fonda per lei. Vorrebbe dire non avere la maggioranza assoluta e cadere nella lotteria dell'Hung Parliament: un "parlamento impiccato" alla necessità d'inventarsi problematiche coalizioni.

Ai Laburisti può bastare assai meno, date le aspettative di partenza e le compiaciute previsioni di disfatta che buona parte dell'establishment faceva aleggiare su Corbyn. Solo un mese fa il principale partito d'opposizione era dato indietro di una ventina di punti buoni. Poi alcune rilevazioni hanno cominciato a delineare una (parziale) rimonta, man mano che 'lady Theresa' scivolava sulla fuga dai duelli in tv, sulla 'dementia tax' per far pagare agli anziani l'assistenza domiciliare, sui tagli alla polizia imposti dall'austerità.

Ma soprattutto man mano che il 'compagno Jeremy' iniziava a riempire le piazze promettendo giustizia sociale, investimenti pubblici, istruzione e sanità per tutti, anche a costo di far storcere il naso a più d'uno su conti e tasse. Adesso per lui l'asticella minima da scavalcare è il 30,4% e i 232 seggi portati a casa da Ed Miliband nel 2015. Pena, ritornare nel mirino dei 'moderati'.

Quanto ai comprimari, delusione in vista per i LibDem filo-Ue di Tim Farron e tutti coloro che promuovevano un voto tattico anti-Brexit al di fuori del recinto dei due partiti maggiori, in vista magari di una fantomatica terza forza alla Macron. Mentre resta spazio alle sigle locali, dal Galles all'Irlanda del Nord (alle prese peraltro con una frattura unionisti-repubblicani che torna a farsi allarmante). E in Scozia: dove gli indipendentisti dell'Snp di Nicola Sturgeon non potranno ribadire i 56 collegi su 59 di due anni fa, ma contano di confermarsi partito guida.

SDA-ATS

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