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La Grecia torna in recessione, azzerando i progressi compiuti lo scorso anno con il ritorno alla crescita e mettendo ulteriore pressione sui conti pubblici, con il negoziato sul salvataggio del Paese che vede i creditori in pressing per tagli pari a tre miliardi.

Il Pil ellenico segna -0,2% nel primo trimestre, che dopo il -0,4% dei tre mesi precedenti certifica il ritorno alla recessione dopo un 2014 che aveva segnato il ritorno alla crescita. Un dato con molte ramificazioni politiche, con la sinistra di Syriza che accusa l'austerità per la caduta, e l'opposizione che se la prende con l'incertezza politica e finanziaria iniziata a ridosso della forte affermazione del partito di Tsipras. Il quale continua a godere di ampio consenso, ma con l'appoggio popolare alla sua linea negoziale in Europa calato a poco più del 50%.

Il governo esclude sia elezioni a breve che un referendum sulle misure chieste dai creditori, dopo l'apparente apertura del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Ma il Pil negativo allontana i propositi anti-austerità di Tsipras, perché sta erodendo lentamente il surplus primario che la Grecia aveva accumulato: secondo le stime, si attesterebbe quest'anno a circa lo 0,5% del Pil, una frazione del 3% cui si era impegnato il governo precedente.

I creditori avrebbero già intensificato il pressing su Atene, chiedendo tagli fino a tre miliardi che porterebbero quel surplus a l'1%. Un obiettivo che Nikos Voutsis, ministro dell'Interno, ha definito oggi "accettabile", ma rimangono ampie distanze, nel negoziato, su pensioni e riforma del lavoro.

Atene vorrebbe chiudere un accordo entro fine mese per cominciare a incassare le prime tranche dei prestiti e far fronte a una crisi di liquidità sempre più grave. In realtà la data definitiva per una 'resa dei conti' finale è metà luglio, con rimborsi ingenti dovuti alla Banca centrale europea. Resta da vedere, poi, la posizione del Fondo monetario internazionale. Che avrebbe minacciato di uscire dal prossimo salvataggio a meno di una svolta nel risanamento delle finanze pubbliche (che però appare lontana da quell'1% di target) o, in alternativa, di una ristrutturazione del debito: ipotesi, quest'ultima, che però vede Berlino fortemente contraria e coinvolgerebbe la Banca centrale in primis.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, e il direttore del Fmi, Christine Lagarde, potrebbero parlarne domani a Washington: in ballo c'è anche il sostegno finanziario, con la Bce che ha alzato a 80 miliardi i prestiti d'emergenza alla Grecia ma potrebbe decretare un ulteriore taglio al valore dei titoli greci che garantiscono quella liquidità: costringendo, di fatto, la Grecia a introdurre limiti alla circolazione dei capitali per evitare un 'cash crunch'.

Yanis Varoufakis, che da anni spinge per una ristrutturazione, su questo tema politicamente incandescente da qualche giorno tace, ma è costretto a smentire una 'soluzione Mayer': l'ipotesi di introdurre una moneta parallela all'euro che aiuti la Grecia a far fronte alla fuga di liquidità, di dubbia efficacia e che farebbe imbestialire l'Europa.

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SDA-ATS