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Il presidente Donald Trump

KEYSTONE/AP/PABLO MARTINEZ MONSIVAIS

(sda-ats)

"Io mi darei una A", cioè un dieci. A poche ore dalla scadenza dei primi 100 giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump promuove a pieni voti la sua amministrazione.

Pazienza se i sondaggi lo danno finora come il presidente meno popolare della storia americana, e se ad oggi la lista degli obiettivi raggiunti resta piuttosto scarna, intervallata da marce indietro e bocciature. Con il clima all'interno della West Wing della Casa Bianca, l'ala che ospita gli uffici del potere, ad altissima tensione e l'ombra del Russiagate che continua a pesare.

In un'intervista con il Washington Examiner Trump sottolinea l'azione a vasto raggio compiuta sul piano legislativo ed esecutivo, mette in evidenza la nomina del giudice (conservatore) Neil Gorsuch alla Corte Suprema, per poi sottolineare: "Ciò che abbiamo fatto meglio è gettare le fondamenta per il futuro".

Ma a parte l'annunciata 'rivoluzione fiscale', si contano 'dietrofront' clamorosi, come quello sul muro col Messico. E poi il fiasco sull'abolizione dell'Obamacare e quello sul divieto dell'ingresso ai musulmani. L'ultima retromarcia è quella sul Nafta, l'accordo di libero scambio nord americano.

Trump aveva promesso in campagna elettorale avrebbe fatto piazza pulita degli accordi commerciali. E sul Nafta - che lega gli Usa ai vicini Canada e Messico - era stato particolarmente duro, puntando il dito contro quel "disastro" avviato dall'amministrazione Clinton. Oggi apre, affermando che per ora gli Usa non si ritirano e si impegnano invece a rinegoziare un accordo "che sia giusto per tutti".

"Siamo qui per mantenere le promesse", avevano scandito le voci più autorevoli della nuova amministrazione fin da subito, dopo l'inaugurazione. Ma governare è un'altra cosa. La prima debacle è arrivata subito, sul bando agli ingressi negli Usa da alcuni paesi a maggioranza musulmana, che una doppietta di blocchi giudiziari ha di fatto archiviato, almeno per ora.

Frenando quindi l'Amministrazione su un punto chiave, caro soprattutto alla parte più populista delle diverse anime che la compongono. Anime che agitano la West Wing, con tensioni tra lo stratega outsider Steve Bannon e il chief of staff Rience Priebus, espressione dell'establishment repubblicano. E poi anche tra le rigide posizioni di Bannon e il più moderato Jared Kushner, ascoltatissimo genero e consigliere del presidente.

Burrascoso anche il rapporto tra la Casa Bianca e Capitol Hill, nonostante la netta maggioranza repubblicana. Quindi il primo schiaffo politico lo assesta l'ala conservatrice del Grand Old Party, rimandando al mittente il testo stilato per revocare e sostituire l'Obamacare: non abbastanza radicale. E sembra rinviato a data da destinarsi anche il via per la costruzione del muro al confine con il Messico: non c'e' accordo al Congresso sulla legge di spesa che dovrebbe sbloccare i fondi per cominciare l'impresa.

Intanto continua ad aleggiare lo spettro del 'Russiagate', con almeno due inchieste in corso sui rapporti tra l'entourage del tycoon e rappresentanti russi. Gli ultimi sviluppi riguardano ancora Mike Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, costretto alle dimissioni per aver mentito sui suoi contatti.

Si parla nuovamente di lui per i pagamenti ricevuti da Turchia e Russia, senza le dovute autorizzazioni sembrerebbe, nonostante il Pentagono lo avesse messo in guardia. E la Difesa apre un'altra inchiesta. L'unico idillio del tycoon sembra essere finora quello con Wall Street, protagonista di una cavalcata da record da quando Trump ha vinto le elezioni. Ma, di fronte a tanti annunci e a pochi fatti, anche l'ottimismo e la pazienza dei mercati potrebbero presto finire.

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SDA-ATS