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I ministri degli esteri lavorano insieme.

KEYSTONE/AP ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE

(sda-ats)

Le potenze occidentali sono alla ricerca di una posizione comune sulla Siria dopo l'attacco chimico a Idlib, su cui c'è l'ombra del presidente Bashar al-Assad. Che nel frattempo, però, ha ripreso i raid sui ribelli, secondo gli attivisti anche con napalm.

Nell'ultima settimana, la crisi ha avuto un'escalation dopo la strage di civili, tra cui tanti bambini, avvelenati dal sarin e dal cloro nella provincia di Idlib, in una zona controllata dai ribelli, a cui gli Stati Uniti hanno risposto con un attacco missilistico su postazioni governative. La palla, adesso, è tornata alla diplomazia, con ministri degli Esteri del G7 riuniti a Lucca. La posizione più dura è apparsa quella del britannico Boris Johnson, che ha evocato la possibilità di nuove sanzioni contro militari siriani e russi ed ha chiesto a Mosca, principale sponsor del regime, di "scegliere se continuare a stare al fianco di Assad oppure con il resto del mondo".

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha avvertito che il suo Paese "risponde a quanti creano danni agli innocenti in qualunque parte del mondo": una dichiarazione fatta a Sant'Anna di Stazzema per ricordare un eccidio nazifascista della seconda guerra mondiale, ma che oggi sembra avere come destinatario proprio l'uomo forte di Damasco. Sul cambio di regime, la posizione degli Stati Uniti è meno netta rispetto a quella dei britannici, e lo stesso Tillerson ha ricordato che la priorità resta quella di sconfiggere l'Isis.

Domani, a conclusione del G7, i riflettori si sposteranno su Mosca, dove Tillerson incontrerà il collega Serghiei Lavrov (ma non il presidente Putin). Il colloquio si annuncia complicato. Gli americani sono molto critici verso i russi per l'accanimento con cui difendono Assad. Allo stesso tempo, l'attacco americano ad una base militare siriana come rappresaglia alla strage di Idlib, ha irrigidito i russi. Per il Cremlino, ripetere "come un mantra" Assad se ne deve andare non aiuta il processo di pace e "non c'è alternativa" ai negoziati di Ginevra, anche se sarà un "percorso lungo", ha spiegato il portavoce di Putin Dmitri Peskov.

La pressione sul rais, comunque, non sembra sortire particolari effetti. Secondo fonti concordanti sul terreno, il regime avrebbe dato il via a nuovi intensi bombardamenti in zone controllate dai ribelli a Damasco, Daraa, Hama, Idlib. Anche con armi non convenzionali, come le bombe a grappolo e bombe incendiarie al napalm.

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SDA-ATS