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La stazione di Budapest è stata oggi, ancora una volta, il cuore dello scontro fra la disperazioni dei profughi e il tentativo di gestire l'emergenza da parte delle autorità ungheresi.

Dopo due giorni di accessi blindati, lo scalo ferroviario è stato improvvisamente riaperto, e migliaia di migranti lo hanno preso letteralmente d'assalto, nell'illusione di poter partire. La speranza era di raggiungere l'ovest, la Germania, e di uscire dal Paese. Ma quei treni non li hanno affatto portati oltre confine: erano diretti, al contrario, ai campi di accoglienza per rifugiati. Che oggi i più rifiutano.

Quei convogli sono insomma divenuti una specie di trappola, pur essendo stato detto in tutte le lingue - dagli altoparlanti è stato spiegato in arabo e inglese – che non sarebbero state coperte tratte internazionali dai treni in partenza dalla capitale. Ma chi sta scappando, guidato dalla speranza, voleva avvicinarsi ai confini.

Sullo sfondo, una giornata di polemiche accesissime fra i leader politici. Prima un durissimo intervento del premier Viktor Orban, che a Bruxelles ha minacciato di erigere un secondo muro ai confini con la Croazia se un flusso eccessivo di arrivi lo rendesse necessario.

Sulla Faz, invece, il leader ungherese ha paventato "un'invasione dei musulmani in Europa", che metterebbe a rischio le "radici cristiane" del continente. Si pone la questione - è il ragionamento del premier di Fidesz - "se l'Europa sia ancora nella situazione di mantenere il proprio ordine di valori cristiano. Se noi perdiamo di vista questo, il pensiero europeo finirà col diventare una minoranza nel suo stesso continente".

Gli ha risposto il presidente Donald Tusk, con fermezza: "Io sono profondamente cristiano. Per me la cristianità sta nel principio fondamentale di 'amare il prossimo tuo come te stesso', cioè aiutare chi è in difficoltà senza distinzione di razza o di religione".

Il dibattito politico è proseguito divenendo scontro a distanza con la cancelliera Angela Merkel. "Il problema è tedesco", ha sentenziato Orban a Bruxelles, sottolineando che i profughi vogliono andare in Germania. Mentre il suo vice, Janos Lazar, attribuiva anche i tafferugli di oggi alla stazione Keleti alla "posizione insicura della Germania" che ha illuso i profughi.

"La Germania fa soltanto ciò che è moralmente e giuridicamente dovuto", ha replicato secca la cancelliera, ribadendo che l'emergenza attuale "riguarda tutta l'Europa".

Il duello fra i capi di governo è avvenuto proprio nelle ore in cui i migranti, in viaggio su quei treni agognati per giorni e finalmente "conquistati", venivano bloccati dalla polizia ungherese a Bicske: qui, nelle vicinanze di un campo di accoglienza, sono stati pregati di scendere. Ma in molti hanno rifiutato. Gesti disperati, tafferugli con la polizia, scene drammatiche, ancora una volta.

C'è chi si è aggrappato ai vagoni, fra svenimenti e pianti di bambini terrorizzati. Altri sono rimasti seduti lungo le banchine della stazione, rifiutando di andare sui bus, organizzati per accompagnarli. "No camp!" "SOS Germany!", hanno gridato. Una coppia di iracheni è arrivata a stendersi lungo i binari, con un neonato stretto fra le braccia della madre. Il padre è stato ammanettato. "Uccidetemi, ma non portatemi al campo!", urlava.

In serata circa 300 persone hanno ripreso a protestare davanti alla stazione di Keleti: "Where is humanity?" (Dov'è l'umanità) "Where is freedom?" (Dov'è la libertà?), si chiede sui loro manifesti.

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SDA-ATS