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In Danimarca trionfano i populisti, la premier se ne va

Un pugno di voti ha regalato alla Danimarca l'ennesimo successo della destra in Europa e il concreto risultato di portare al centro della scena un partito populista xenofobo ed euroscettico che peserà molto, che entri o meno nella futura coalizione di governo.

Le urne danesi hanno sentenziato la vittoria sul filo di lana del blocco 'blu' (destre) guidato dal 51 enne Lars Lokke Rassmussen con circa il 52% dei consensi e 90 seggi su 175. Il prossimo premier è un politico navigato, toccato da qualche scandalo, e leader di un partito, Venstre, che sorprendentemente è stato penalizzato dagli elettori che lo hanno relegato al terzo posto dopo i socialdemocratici e coloro che sono considerati i vincitori morali di queste elezioni, il Partito del popolo danese, balzato al 21,1%.

I socialdemocratici di Helle Thornig-Schmidt restano, con il 26,3%, il primo partito danese, ma alla prima premier donna della Danimarca che ha racimolato con i suoi alleati solo 85 seggi, non è rimasto che riconsegnare il mandato nelle mani della Regina Margharete ed evitare di far dichiarazioni oltre al doveroso riconoscimento della sconfitta.

Eppure era stata lei a ottenere buoni successi economici, strappando la Danimarca alla crisi internazionale, attenuando l'austerità, non mostrandosi troppo tollerante nei confronti dell'immigrazione selvaggia.

Però gli immigrati hanno continuato ad arrivare e in più il terrorismo islamico ha sconvolto il Paese con i due attentati di Copenaghen, e con le partenze di molti giovani indottrinati per unirsi all'Isis.

I danesi si sono svegliati quindi questa mattina in un Paese che è tornato dopo quattro anni alla destra, riconsegnando il potere a colui cui Thorning-Schmidt l'aveva strappato nel 2011.

Nel frattempo gli scandali in cui è rimasto impigliato Venstre e che hanno inficiato il suo risultato, consegnano un potere enorme nelle mani dei populisti di Kristian Thulesen Dahl che ha giocato tutta la sua campagna sull'anti-immigrazione, l'anti-austerità, l'anti-Europa.

Quasi nessuno dei partiti populisti emergenti in Europa ha deciso di entrare nei governi che si sono nel frattempo formati: dai Cinque Stelle di Beppe Grillo in Italia, al Front National di Marine Le Pen in Francia, dall'Ukip di Nigel Farage in Gran Bretagna, al Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, ai democratici svedesi di Jimmie Akesson.

Solo in Finlandia e nella extra Ue Norvegia gli estremisti di destra hanno fatto un passo nel cuore dei governi: il finlandese Timo Soini dei Veri Finlandesi ha dovuto darsi un tono più moderato per essere preso a bordo a Helsinki, e la norvegese Siv Jensen ha fatto lo stesso e ha fatto guadagnare al suo partito, il Partito del Progresso, dicasteri chiave come quello del Petrolio, della Giustizia, del Lavoro.

La questione dell'immigrazione - dramma che ha investito in quest'ultimo anno un continente 'distratto' che ha avuto bisogno delle immagini dei corpi annegati nel Mediterraneo e della voce grossa dell'Italia per accorgersi che alla sua frontiera meridionale sta accadendo qualcosa - sta diventando forse il discrimine politico di questa epoca.

I Paesi nordici, su molti dei quali si sono riversati i flussi, e che hanno fatto dell'accoglienza una loro caratteristica, si trovano ora a restringere le maglie, costruire muri - reali o virtuali - avvalersi di clausole di esclusione, fredda denominazione per indicare che il problema devono risolverlo altri. Al massimo, come ha detto il leader britannico David Cameron, sono disposti ad aiutare l'intelligence anti-scafisti in Sicilia.

Oggi in Danimarca sono due le foto simbolo: in una Dahl 'batte il cinque' con un parlamentare populista, nell'altra è a colloquio con Rasmussen, prima di decidere se entrare o meno nella coalizione.

Ma il quotidiano Politiken scrive preoccupato: "Inizia un'esperienza pericolosa, il risultato peggiore per l'immagine e la credibilità della Danimarca".

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