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La polizia fluviale e sommozzatori dei vigili del fuoco indiani continuano oggi a perlustrare le rive del fiume Sindh, nello Stato di Madhya Pradesh, alla ricerca di altri cadaveri portati via dalla corrente dopo la tragedia che ieri ha causato almeno 115 morti su un ponte vicino al tempio di Ratangarh Mata, nel distretto di Datia.

I soccorritori sostengono che il bilancio delle vittime, a cui devono essere aggiunti almeno 100 feriti, non è ancora definitivo, perché molte persone mancano all'appello.

Intanto, allo shock provocato dalle conseguenze della ressa e del fuggi fuggi di 25.000 persone, si aggiunge il racconto di numerosi testimoni che non hanno esitato a rivolgere gravi accuse per il comportamento della polizia presente sul posto.

Numerose persone, per esempio, hanno riferito che gli agenti non hanno esitato a gettare numerosi cadaveri nel fiume per cercare di mascherare il grave bilancio di vittime provocate dalla ressa.

Alcuni testimoni in particolare hanno riferito a The Times of India che i poliziotti "hanno rubato il denaro e gli oggetti di valore dai cadaveri" prima di gettarli giù dal ponte. L'agghiacciante resoconto cita un sopravvissuto di nome Ashish, 15 anni, che ha detto ai giornalisti di essere stato gettato giù dal ponte quando stava cercando di recuperare il corpo senza vita del fratellino di cinque anni. "Mi sono inginocchiato e ho pregato gli agenti di lasciarmi prendere il corpicino di mio fratello per riportarlo a casa. Ma loro - ha assicurato - mi hanno spinto giù dal ponte dicendo che anche io dovevo morire".

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SDA-ATS