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Saranno molto probabilmente i dipendenti delle piccole e medie imprese (PMI) a far pendere l'ago della bilancia nella votazione sull'iniziativa "1:12 - Per salari equi" in agenda il prossimo 24 novembre. Consapevoli della forza di queste aziende - che rappresentano il 99,7% delle 312'000 imprese elvetiche e impiegano circa i due terzi della popolazione -, favorevoli e contrari si sono lanciati in uno spietato corteggiamento.

Inizialmente era sembrato che le aziende elvetiche fossero compatte nell'opporsi al testo. Poi il fronte ha iniziato a mostrare qualche breccia e alcune società hanno segnalato la loro simpatia verso l'iniziativa lanciata da Gioventù socialista: un centinaio di PMI hanno quindi fondato un comitato che riunisce i favorevoli e difende l'idea di salari equi.

Sulla lista figurano soprattutto i proprietari di aziende di piccole dimensioni, ma non mancano neppure società più grandi, come ad esempio la ditta di consulenza "fairness at work", che conta 280 dipendenti. "Non vi è alcuna spiegazione plausibile per cui qualcuno debba guadagnare più di dodici volte il salario di un suo dipendente", ha indicato all'ats Pia Tschannen, una dei proprietari dell'azienda bernese.

Sull'altro fronte ad organizzare la campagna contro l'iniziativa è l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), che cerca di mettere a frutto gli insegnamenti tratti dalla sconfitta incassata nella votazione sull'iniziativa Minder. Questa volta la campagna non si farà con cartelloni pubblicitari e annunci ma facendo scendere in campo imprenditori "responsabili e credibili", sostiene l'USAM.

Nocciolo duro dell'opposizione è il "club dei 1000 capi d'azienda responsabili", che ha però finora raccolto "solo" 600 adesioni. Si tratta di una rete di imprese che intendono combattere risolutamente l'iniziativa, agendo su tutti i fronti, dalla pausa in caffetteria al singolo dipendente e alla sua famiglia. Il reclutamento va tuttavia a rilento, con grande delusione dell'USAM.

Non è sorprendente che le simpatie nei confronti dell'iniziativa non siano di unico appannaggio delle aziende di sinistra, anche a causa dei salari eccessivi versati ad alcuni top manager, rileva il politologo zurighese Laurent Bernhard, interpellato dall'ats. A suo modo di vedere molto probabilmente si resterà tuttavia nell'ambito della simpatia: "in fin dei conti la maggior parte della gente ritiene che non tocchi allo stato occuparsi di regolazione salariale". Inoltre gli effetti di un sì al testo sull'economia elvetica "sono troppo poco chiari".

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SDA-ATS